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Caro Napoli, prendiamoci una pausa di riflessione

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Canè, Altafini, SivoriCaro Napoli, carissimo Napoli,

ieri sera per l’ennesima volta sono stato male a causa di una tua sconfitta, sostanzialmente meritata, ma maturata in condizioni alquanto particolari.
Prima di tutto il posto: lo stadio di una città che non mi sta simpatica.
A scuola ci insegnavano che i Savoia ci avevano liberato dai Borbone, ma non era vero: sono venuti a prendersi i lingotti del nostro Banco e hanno smantellato le nostre industrie per portarle su, in riva al fiume Po, trasformando quella che era una capitale in un grosso agglomerato urbano carico di problemi e di nostalgia per una leggendaria età dell’oro, andata per sempre perduta.
In secondo luogo l’avversaria: la squadra che ha vinto più di ogni altra e che oggettivamente è sempre stata ammanicata ai poteri forti, in particolare all’industria metalmeccanica più importante del paese, oggi emigrata all’estero per diventare una multinazionale.
In terzo luogo le modalità: perdere fa sempre male, ma fa ancora più male quando l’avversaria gode non di uno bensì di due calci di rigore, dopo che l’arbitro ce ne aveva negato uno alquanto lampante, per di più schierando l’apostata, colui che fino all’anno scorso baciava la maglia azzurra.
In questo clima tutto appare inneggiare alla congiura: dalla telecronaca TV che è parsa sbilanciata, ai commenti dei giornalisti nel dopo partita.
Sui media si è respirata un’aria da ultima spiaggia alla quale io stesso non ho saputo sottrarmi, litigando con un paio di amici che hanno il vizio di parteggiare per i colori sbagliati, ma anche con tanti tifosi della mia stessa squadra che ieri sera, al par mio, sembravano completamente sbarellati.
Adrenalina e bile in circolo, cattiva nottata e pessimo risveglio.
Ma si può vivere così?
Si può far dipendere a tal punto il proprio umore ed i rapporti interpersonali (mi riferisco principalmente a mia moglie, che in giornate del genere deve sopportare le mie paturnie) da quello che riescono a fare 11 giovanotti in maglia azzurra e pantaloncini bianchi?
La ragione dice no, ma al cuore non si comanda.
Vado avanti così dagli anni ’60, ai tempi dell’Inter di Herrera, allorché tu venisti promosso in Serie A affiancando Omar Sivori e Josè Altafini a Faustino Canè e Totonno Juliano.
Quanto orgoglio per quel terzo posto conquistato da una neo-promossa!
Era soltanto l’inizio di un’iperbole di emozioni: mi facevi salire sulle montagne russe e al suo apice mi precipitavi in fondo al burrone della delusione, senza riuscire mai a primeggiare al cospetto di “quelle del Nord”.
Per anni siamo andati avanti così: c’è stato il Napoli di Vinicio, quello di Savoldi, quello di Ruud Krol ma da tuo tifoso mi sono sempre dovuto accontentare, il massimo fu una Coppa Italia ai tempi di Braglia e due trofei dai nomi pomposi ma alquanto insignificanti: l’Anglo-Italiano e la Coppa delle Alpi.
Nel frattempo ho studiato, ho fatto il militare, ho cominciato a lavorare, mi sono sposato e sono diventato papà.
E così arrivammo al 1984, allorché la città venne scossa da un evento ben più dirompente del terremoto che l’aveva fatta tremare quattro anni prima: la venuta di un ragazzo magro, basso, con una selva di capelli ricci e lo sguardo da scugnizzo, pur essendo nato al di là dell’Atlantico, capace di fare di tutto con una palla al piede.
Tuttavia anche con lo scugnizzo le cose, per un paio d’anni, non migliorarono: continuavano a vincere quelle del Nord, perfino una città del Veneto che prima non aveva mai fatto parte dei salotti buoni del calcio.
A quel punto la svolta della mia vita: il trasferimento per lavoro proprio in una di quelle città del Nord, la più importante e famosa, maturato nell’autunno del 1986 allorché, caro Napoli, tu andasti a vincere proprio in casa della squadra più blasonata, quella in riva al Po ammanigliata all’industria metalmeccanica.
Quella vittoria fu un segnale inequivocabile e il tuo cammino una marcia trionfale: finalmente a maggio arrivò la gioia più grande, simile alla nascita di un figlio.
Grandiosa fu la festa ma non per me, che la vissi sul balcone di casa, a Milano, con la mia bambina avvolta nella bandiera azzurra.
Così l’anno successivo mi ripromisi di partecipare anch’io alla festa e chiesi in anticipo una settimana di ferie coincidente con la fine del campionato: sappiamo come andò a finire, tu ci riportasti sulle montagne russe e ci precipitasti in fondo al burrone, la festa la fecero qui a Milano ma con altri colori.
Approfittai della settimana di ferie per un pellegrinaggio a Lourdes.
Si parlò di complotti, di camorra, tuttavia, per fortuna, nonostante le epurazioni staliniane che coinvolsero alcuni importanti giocatori, il giocattolo non si era rotto e così arrivò un trofeo europeo (uno vero, non la Coppa delle Alpi), ed il secondo scudetto, che festeggiai con degli amici a Varese.
Il tempo di vincere la Supercoppa italiana che cominciò la discesa, sempre più ripida, fino alla fuga dello scugnizzo, all’inferno della Serie B e, infine, al fallimento.
Il mio dolore fu tale che bruciai la bandiera, come fanno i soldati che non vogliono consegnarla al nemico in segno di resa.
Il resto non è storia, ma cronaca: nuova società, nuovo presidente, nuovi giocatori.
Tante buone intenzioni ed ambizioni, potendo schierare autentici fuoriclasse in attacco, ma sempre con delle difese non proprio impenetrabili.Matador 3
Tanta Europa ed ancora tre coppe qui in Italia.
Caro Napoli, io non voglio a tutti i costi altre vittorie ma, ti supplico, fammi scendere dalle montagne russe! Ormai non ho più l’età…
Se non sei in grado di ambire a vincere, collocati serenamente a mezza classifica e donaci domeniche tranquille, anche banali, ma evita di farci sognare se poi il giorno dopo ci dobbiamo svegliare in un mondo che non è colorato d’Azzurro.
Magari restiamo un po’ lontani, prendiamoci una pausa di riflessione.
Per te ho sottoscritto ogni possibile abbonamento TV, pago ogni mese una bella cifra ma non importa: vorrei soltanto evitare di soffrire.
Ce la faremo?
Temo di no, ma sarà bello averci provato.

Un tuo Patuto

Mario Scalella

Nato a Napoli, vive a Milano dall’anno del primo scudetto azzurro. Laureato in giurisprudenza, lavora presso l’ufficio legale di un noto gruppo bancario. Ha giocato a calcio, ottenendo migliori risultati nel canottaggio e nella pallanuoto nel cui ambito ha anche maturato esperienza da dirigente sportivo. Ha collaborato con WaterpolOnline ed altre testate sul web che si occupano di sport, di Napoli e di napolitudine.