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L’intruso

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imagesUn uomo che si è costruito da solo avendo avuto occasione fino ad un anno fa di allenare squadre di non eccelsa tradizione, le cosiddette provinciali.
Un uomo che si ritiene fortunato di essere pagato per un’attività che fa con passione e che pertanto avrebbe svolto volentieri anche gratis la sera dopo una giornata di lavoro da operaio o impiegato.
Un uomo in tuta che ora è sulla panchina di una grande squadra, la più scomoda, quella dei colerosi, della terra dei fuochi, dei terroni, dei mantenuti, dei camorristi, di coloro che come disse Diego sono chiamati italiani quando c’è da votare, da pagare qualche tassa e anche da tifare Italia una volta all’anno, e per i restanti 364 giorni vengono disprezzati da tutti tanto da invocare un’eruzione dello Sterminator Vesevo, letale come quella del 79 dopo Cristo.
La panchina di una squadra che era fallita e che 12 anni fa ricominciò dalla serie C senza nemmeno avere i palloni per potersi allenare, ed ora è stabilmente presente in Europa.
Quell’uomo in tuta è come un operaio iscritto alla FIOM che per uno strano caso si sia trovato all’improvviso nel consiglio d’amministrazione di una grande industria multi-nazionale.
Intorno a lui persone in eleganti blazer di lana, leggera coma la seta, con la “evve” moscia, un master preso a Boston o ad Harvard che giustifica ingenti guadagni insieme al fatto di aver licenziato qualche centinaio di persone e delocalizzato la produzione da qualche parte in culo al mondo.
Persone con i nasi che cascano, distrutti dalle continue sniffate di cocaina.
Ebbene quest’uomo il cui più grande vizio è quello di fumare ogni tanto una sigaretta, in mezzo a quelle persone è L’INTRUSO.
Non è iscritto ad alcuna loggia massonica, non ha zii con la porpora cardinalizia né cognati senatori della Repubblica.
Quest’uomo ha due torti: parlare in maniera semplice e diretta, come dovrebbe fare ogni padre col proprio figlio, ma soprattutto aver inflitto quattro pere al Milan, cinque alla Lazio del presidente ombra della FIGC Claudio Lotito, due a Juve, Inter e Fiorentina e di trovarsi lì, in cima alla classifica dopo aver doppiato la boa di metà campionato.
L’INTRUSO deve essere eliminato, ma bisogna farlo bene, col botto.
E così L’INTRUSO, al primo errore di comunicazione, viene immediatamente punito ed esposto al pubblico ludibrio: NON E’ DEGNO DI ALLENARE, NON E’ DEGNO DI STARE ALL’INTERNO DEL MONDO DEL CALCIO!
Certo il nostro uomo, semplice e sprovveduto, ha offerto un assist d’oro ad un personaggio che è ai suoi antipodi: uno che conosce bene l’inglese, che ha allenato in Premiere League, che veste sempre un raffinato e attillato cappotto e non usa la sciarpa nero-azzurra (ci mancherebbe) ma una di pura seta.
Si apre la gogna mediatica e quell’INTRUSO che prima ispirava simpatia (l’Empoli in fondo a chi mai potrà dar fastidio?) ora viene additato per essersi macchiato di uno dei nuovi peccati capitali: l’omofobia.
Ma il vero peccato è quello di aver destabilizzato un mondo che è retto da tre mega-potenze che peraltro, negli ultimi anni, hanno dovuto più volte rinunciare agli introiti della Champions League o a quelli più modesti ma comunque appetibili dell’Europa League.
L’INTRUSO va punito, e così tornerà l’equilibrio: la squadra che allena tornerà al posto che le spetta: quella di una comprimaria che serve, perché porta con sé un notevole bacino d’utenza, ma che deve limitarsi a guardare i dolci esposti in pasticceria da dietro un vetro: i dolci sono riservati ad altri.
Dopo tutto è la storia che si ripete: Garibaldi fu così gentile da venire a liberare il Regno di Napoli ed in cambio cosa pretese? Solo la rinuncia alla sovranità, alle proprie industrie, alle riserve auree della Banca emittente ed infine alla propria lingua e alla propria identità culturale.
Garibaldi e chi ce l’ha mandato, tranne le due ultime cose, ha avuto tutto, relegando il Mezzogiorno al ruolo di bacino di consumo e Napoli da capitale di un Regno a città di importanza tutt’altro che primaria.
Ed ora? il “sistema” sarà indulgente col nostro uomo come col presidente federale Tavecchio, secondo cui le calciatrici sono “quattro lesbiche”? O come col capitano della squadra nazionale, avvezzo alla bestemmia e alle scommesse? O come con l’allenatore della stessa squadra nazionale, anche lui coinvolto nel mondo più o meno sommerso delle partite “guidate”?
Temo di no: questa volta bisognerà dare il buon esempio e poco conta che il nostro uomo, che è una persona per bene, si sia subito scusato con la persona offesa e davanti alle telecamere.
I moralisti si sono strappati le vesti, come il sommo sacerdote Kaifa.
Volevano rompere il giocattolo: forse ci sono riusciti, lo sapremo nelle prossime puntate di quella zarzuela che si chiama campionato italiano di calcio.

Mario Scalella

Nato a Napoli, vive a Milano dall’anno del primo scudetto azzurro. Laureato in giurisprudenza, lavora presso l’ufficio legale di un noto gruppo bancario. Ha giocato a calcio, ottenendo migliori risultati nel canottaggio e nella pallanuoto nel cui ambito ha anche maturato esperienza da dirigente sportivo. Ha collaborato con WaterpolOnline ed altre testate sul web che si occupano di sport, di Napoli e di napolitudine.

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