Chi nun è bbuono p”o Rre nun è bbuono manco p”a Riggina

Foto di tprzem da Pixabay

Ad litteram: “Chi non è buono per il Re non è buono nemmeno per la Regina”

È un proverbio che nasce in un contesto storico preciso: la visita di leva militare. Quando un giovane napoletano veniva dichiarato inabile al servizio militare, la notizia non sempre veniva accolta con sollievo, anzi, l’idoneità al servizio era spesso considerata una prova di virilità, di forza fisica, di valore: da qui nasce la malizia implicita nel detto.

Chi non è ritenuto “buono per il Re” — cioè non idoneo a prestare servizio come soldato — non lo sarà nemmeno per la Regina, figura simbolica che nel proverbio rappresenta la donna, la compagna, l’amante. In altre parole: se non vali come uomo per lo Stato, non vali nemmeno come uomo per una donna.

Il tono del proverbio è chiaramente ironico e, come molti detti partenopei, ha un doppio registro: da un lato c’è la critica, dall’altro c’è il sorriso. La frase non è solo uno scherno, ma anche uno sguardo su come la società legava il concetto di mascolinità al dovere militare e alla prestanza fisica. L’identità virile era, in quel contesto, una miscela di forza, coraggio e desiderabilità sessuale.

Il proverbio ha diverse varianti, tutte nello stesso spirito. Una delle più taglienti è:

Chi nun è bbuono p”o Rre nun è bbuono manco pe mme
(Se non sei buono per il Re, non sei buono nemmeno per me),
che dà voce direttamente a una donna, quasi a sottolineare la perdita di valore “sociale” di chi viene scartato.

Un’altra versione, ancora più esplicita, è:

Chi nun è bbuono a fà ‘o surdato, ‘a mugliera s”a fottene
(Chi non è buono a fare il soldato, la moglie se ne frega di lui),
dove il disprezzo diventa più netto, e si sottintende che la moglie cercherà altrove ciò che il marito non sa darle.

Oggi, questo tipo di proverbio può sembrare superato nei contenuti, ma resta un documento linguistico e sociale prezioso: ci parla di un’epoca in cui il servizio militare era uno spartiacque nell’identità maschile, e in cui il linguaggio popolare non temeva di accostare Eros, politica e giudizio sociale in una sola battuta. Come altri detti napoletani, è più importante per ciò che rivela della cultura popolare che per ciò che afferma in sé. È la fotografia di una mentalità, che usava l’ironia per commentare anche i meccanismi più seri della vita pubblica e privata.

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