Chi nun po’ vattere ’o ciuccio, vatte ’a sella

Ad litteram: “Chi non può picchiare l’asino, picchia la sella“.

Succede a tutti, prima o poi: un capo che ti fa arrabbiare, ma non puoi rispondergli perché “è meglio così”; un torto subito da qualcuno che sta troppo in alto per affrontarlo direttamente… ed ecco che, tornati a casa, magari ci si sfoga col telecomando, con la porta, con il gatto, o — poverino — col marito/moglie che stava solo chiedendo se la pasta era al dente.

Questo proverbio lo racconta con una semplicità disarmante: non potendo vattere ’o ciuccio, cioè l’asino — simbolo di chi davvero ha fatto il torto — si vatte ’a sella (si picchia sulla sella), cioè si scarica la rabbia su ciò che è vicino, disponibile, innocente.

Napoli lo sapeva già molto prima degli psicologi moderni: la frustrazione cerca una via d’uscita. E spesso, quando non può colpire chi ha causato il problema, trova sfogo in ciò che ci è più prossimo. È una dinamica vecchia come il mondo, che oggi chiameremmo “spostamento dell’aggressività”, ma che il popolo ha spiegato benissimo in sette parole.

Il proverbio, però, non è solo descrittivo: contiene una critica. Ci mette in guardia dal comportamento ingiusto di chi, invece di affrontare il vero responsabile, se la prende con i più deboli, con i subordinati, con chi non può difendersi. Una forma di vigliaccheria vestita da sfogo.

Usate, quindi, il detto quando vedete qualcuno che se la prende con l’oggetto sbagliato: un genitore che sgrida il figlio per colpa dell’insegnante, un politico che scarica errori sugli altri, un collega che sbraita contro la stampante… questo è il proverbio perfetto per far notare, con ironia, che si sta “vattenno ’a sella”.

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