Fà ‘e cufecchie: l’arte napoletana del piccolo tradimento

Foto di Sofia Shultz da Pixabay

Fà ‘e cufecchie: un’espressione che ancora si può cogliere, di tanto in tanto, sulle labbra dei napoletani d’antan della città bassa, come un riflesso linguistico di una Napoli arguta e disincantata. Ma cosa vuol dire, esattamente, “fà ‘e cufecchie“?

La traduzione letterale non esiste, e forse è proprio questo il suo fascino; nel suo primo significato, l’espressione indica ingannare, imbrogliare, raggirare – ma sempre in modo contenuto, quasi bonario, come una malizia tollerabile e, talvolta, perfino simpatica. Tuttavia, nella forma più comunemente usata e sottintesa, la frase si carica di un’allusione ben più pepata: “fà ‘e cufecchie” diventa il modo scanzonato e complice con cui si parla dei veniali tradimenti coniugali, delle trasgressioni occasionali, spesso reiterate ma sempre presentate come perdonabili. E quasi approvate.

Nel lessico napoletano, la parola “cufecchia” è un sostantivo femminile che si presta a un ampio spettro semantico: prima inganno, poi burla, infine, per estensione e ammicco, tradimento. Non a caso, in certi contesti popolari, si dice “quello là fa ‘e cufecchie” per indicare con un mezzo sorriso che si dà da fare fuori casa, tra lenzuola non sue.

Ma da dove viene questa parola?

L’etimologia, come spesso accade nei termini popolari, è contesa. Alcuni, come D’Ascoli e l’avvocato Renato de Falco, propongono una radice greca, ma scartano kufon (gogna) per orientarsi su kofos, ossia sciocco, cretino, deficiente: secondo loro, le “cufecchie” sarebbero azioni da stolti. Ma qui il ragionamento non fila: chi inganna, chi raggira, chi tradisce,  anche solo per gioco, non è uno sciocco, ma semmai un furbo, un malizioso, uno che sa muoversi tra le pieghe del lecito e dell’illecito.

Più convincente, invece, è l’ipotesi del prof. Carlo Iandolo, che riconduce l’origine del termine al greco kóbalos, cioè furbo, imbroglione. Da lì, per il tramite di una lunga e articolata trasformazione fonetica, si sarebbe giunti a kofecchia e infine a cufecchia, con la tipica alternanza b→f, cara ai parlari di fondo osco.

E così, nel suono tondo e un po’ sfottente di questa parola, si ritrova tutta la filosofia napoletana della leggerezza morale: si può sbagliare, ma con garbo; si può tradire, ma con intelligenza; si può ingannare, purché lo si faccia con arte; l’importante è che resti una “cufecchia”: piccola, scusabile, quasi affettuosa e, forse, alla fine, anche complice e perdonata.

Fonte

Il blog di Raffele Bracale

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