Nella valle silenziosa del Purgatorio, dove Dante colloca i grandi della terra che vissero tra onori e negligenze, appare anche la figura di Carlo d’Angiò; non lo incontriamo in carne e ossa, ma nella memoria che il poeta intesse tra versi e simboli: un re potente, venuto dalla Francia, chiamato dal Papato e destinato a segnare il destino del Mezzogiorno italiano.
Nel Canto VII il viaggiatore fiorentino incontra le anime dei sovrani che, presi dalle brighe terrene, non si dedicarono come avrebbero dovuto alla giustizia divina; tra loro si distingue Carlo I d’Angiò, il vincitore di Manfredi a Benevento, colui che aveva preso possesso del Regno di Sicilia e che per Dante resta simbolo di un potere bramoso e piegato agli interessi della Chiesa.
Non è una condanna urlata, ma il semplice collocarlo tra i principi negligenti basta a trasformarlo in monito: il re che avrebbe dovuto guidare diventa invece esempio di avidità.

Ugo Capeto
Ma la saga angioina non finisce lì: nel Canto XX, sulle labbra di Ugo Capeto, fondatore della dinastia dei Capetingi, la casata francese diventa bersaglio di una feroce invettiva: tra i nomi spicca quello di Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, figlio del precedente.
Dante non lo risparmia: lo accusa di aver venduto la figlia come merce di scambio, abbassando la dignità regale al livello di un mercante d’anime; qui il tono si fa più tagliente, più diretto: la cupidigia si trasforma in condanna morale.
Nei versi danteschi si riflettono le ferite aperte dell’Italia medievale: il dominio straniero, le tasse imposte, i conflitti che travolsero Napoli e la Sicilia, fino all’esplosione dei Vespri; per Dante, gli Angioini non sono semplici sovrani: sono il segno di un potere deviato, che il Papato aveva chiamato per necessità politica e che finì col gravare sulle spalle del popolo.
Così, leggendo il Purgatorio, scopriamo che tra le pieghe dei canti si nasconde anche Napoli, con i suoi re francesi che Dante giudica con sguardo severo.
La loro storia diventa poesia morale, ammonimento eterno: chi piega il potere all’avidità, non troverà gloria né pace, ma soltanto memoria amara nei versi che attraversano i secoli.
Fonti
- Dante Alighieri, Purgatorio, Canto VII, vv. 113-139 (ed. Petrocchi, 1966-67)
- Dante Alighieri, Purgatorio, Canto XX, vv. 61-96 (ed. Petrocchi, 1966-67)
- Natalino Sapegno, Commento alla Divina Commedia: Purgatorio, Firenze, La Nuova Italia, 1955


