Il pernacchio: gesto di ironia e identità partenopea

«Figlio mio, c’è pernacchio e pernacchio…» così ammoniva Eduardo De Filippo nei panni di Don Ersilio Miccio in L’oro di Napoli: per lui il vero pernacchio non era una volgare pernacchia, ma un’arte: un gesto di testa e di petto, cervello e passione, capace di dire a un arrogante tutto il disprezzo possibile, senza bisogno di parole.

In effetti, il pernacchio non è solo un rumore sguaiato: è un segno identitario: la pernacchia (lingua tra le labbra e soffio improvviso) appartiene all’italiano comune, un suono derisorio e poco elegante, il pernacchio invece, maschile e napoletano, ha radici antiche e una portata culturale ben diversa.
Secondo alcuni risalirebbe addirittura alle guerre sannitiche, quando i vincitori avrebbero irriso i Romani sconfitti con questo gesto sonoro; altri lo legano al periodo spagnolo, quando i napoletani lo riservavano agli esattori delle tasse, trasformandolo in un’arma di popolo.

Non a caso, il cinema e il teatro napoletano gli hanno dato lustro. Eduardo lo nobilita in L’oro di Napoli, distinguendolo con cura dalla banale pernacchia e facendone un gesto di protesta social; Totò, nei Due Marescialli, lo utilizza come beffa contro le autorità naziste, mentre Fellini affida ad Alberto Sordi ne I Vitelloni una pernacchia memorabile contro i lavoratori.

Eppure, oltre lo scherno, c’è di più: la Treccani lo definisce un “suono volgare prodotto con le labbra serrate”, ma ridurlo a questo sarebbe ingiusto: a Napoli il pernacchio è un atto codificato, un linguaggio parallelo, un rito che si accompagna a gesti e a tempi precisi, ora breve e secco, ora modulato e teatrale.
È ironia che diventa resistenza, sarcasmo che si fa dignità.

Come detto, c’è una sottile differenza di genere: “pernacchio” appartiene alla tradizione partenopea, “pernacchia” è il termine neutro della lingua italiana. Attenzione, però: in napoletano, chiamare una donna “pernacchia” è un’offesa pesante, sinonimo di disonore.

Così, tra storia, leggenda e palcoscenico, quel soffio sfrontato attraversa i secoli e arriva fino a noi, specchio fedele dello spirito napoletano: pronto a ridere della prepotenza, a smascherare la superbia, a rispondere con ironia dove altri userebbero rabbia.

Perché a Napoli, anche un pernacchio sa essere poesia.

Nota

La scena del film è stata girata a Vico del Purgatorio ad Arco, che abbiamo trattato nella sezione “Le strade di Napoli”

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