Jètteche e pazze, vènono ’e razza

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

Ad litteram: “Tisici e pazzi vengono di razza“.

Nel colorito mondo dei proverbi napoletani, ce ne sono alcuni che, pur con parole semplici e a volte quasi brusche, toccano temi profondi, che riguardano tutti noi, oggi come ieri; tra questi spicca “Jètteche e pazze, vènono ’e razza”, un modo diretto per dire che certe malattie o condizioni, come la tisi o la pazzia, si tramandano di famiglia in famiglia, nel sangue.
Ora, detto così, può sembrare un po’ duro, ma è importante ricordare che questo proverbio nasce in un tempo in cui la scienza era ancora acerba e molte malattie si pensava fossero inevitabilmente ereditarie. La tisi, che oggi conosciamo come tubercolosi, e i disturbi mentali erano misteri difficili da spiegare, e quindi si affidavano al sapere popolare.

Dietro a questa espressione, però, c’è molto di più di un semplice “dato di fatto”: c’è un tentativo di comprendere il dolore e l’angoscia che certe condizioni portavano nelle famiglie napoletane, spesso senza risposte o cure adeguate, è la memoria di chi ha vissuto la fatica e la sofferenza, e ha cercato di darne un senso.

Oggi sappiamo che molte malattie hanno una componente genetica, ma anche che l’ambiente, le cure e la prevenzione fanno la differenza; in questo senso, il proverbio ci ricorda che certi fardelli si portano con sé, ma non sono una condanna definitiva.

Anche la parola “pazze” qui è usata in senso ampio, spesso per indicare chi soffre di disturbi mentali o comportamentali, in un tempo in cui la comprensione di queste condizioni era limitata; oggi è importante leggere questo detto con occhi più moderni e sensibili, riconoscendo quanto la cultura popolare abbia cercato di raccontare il reale, a modo suo.

Ma il detto ha anche un’ulteriore valenza: quelli che sono i comportamenti familiari, in senso dispregiativo, corrono il rischio di essere tramandati per generazioni.

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