C’è un angolo di Napoli dove la storia non cammina in superficie, ma striscia nelle viscere della città. Sotto il promontorio di Pizzofalcone, nel quartiere San Ferdinando, in quella lingua di roccia che un tempo separava il porto dalla collina di Chiaia, esisteva un luogo che pochi napoletani di oggi conoscono: la Grotta degli Spagari.
Il nome, all’apparenza curioso e innocente, nasconde una realtà dura. “Spagari” era il termine con cui si indicavano i cordai, uomini e donne che passavano le giornate a torcere fibre vegetali per farne corde e reti; lì, nelle profondità umide della collina, intere famiglie vivevano e lavoravano, respirando polvere e muffa, piegando le mani alla fatica fin da bambini.
Ma la grotta aveva avuto un passato ancora più enigmatico: secondo alcune ipotesi, in epoca romana poteva essere stata un mitreo, un santuario dedicato al culto di Mitra, il dio della luce e della rinascita, spesso venerato in spazi sotterranei.
Nel corso dei secoli, quel luogo sacro cambiò pelle: da tempio a laboratorio, da spazio di riti misterici a fucina di sudore e fatica.
Nel Settecento, le cronache parlano di ambienti malsani e bui, stanze ricavate direttamente nella roccia, senza luce né aria: i turni di lavoro potevano arrivare a diciotto ore al giorno, in un inferno umido che logorava i polmoni e le ossa.
Sopra quella oscurità, invece, si ergevano le eleganti dimore dei nobili napoletani, tra cui il Palazzo Sessa, dimora di letterati e aristocratici, ignari o indifferenti alla miseria che fermentava sotto i loro piedi.
Oggi la Grotta degli Spagari non è più accessibile: rimane sepolta sotto strati di pietra e di tempo, avvolta nel mistero, eppure, il suo nome resiste nelle memorie di Napoli, come un sussurro proveniente dal sottosuolo, a ricordare che ogni città ha il suo lato oscuro, nascosto sotto il rumore e la luce della vita di superficie.


