Come riferito nell’antefatto, Napoli era una città allo stremo. I bombardamenti avevano lasciato cumuli di macerie al posto dei palazzi, la fame stringeva le famiglie, e le retate tedesche strappavano ogni giorno centinaia di giovani dalle strade.
Quella mattina di lunedì 27 settembre 1943 il peso dell’occupazione parve divenire insopportabile: all’alba, le truppe della Wehrmacht rastrellarono circa ottomila uomini in vari punti della città, ammassandoli come bestiame: i camion carichi di prigionieri percorrevano le strade silenziose, e lo sguardo di chi restava era fatto di paura e di rabbia.
Fu in quel clima che scoccò la scintilla.
Al Vomero, in località Pagliarone, un gruppo di cittadini armati fermò un’automobile tedesca: nello scontro, il maresciallo che la guidava venne ucciso: era il segnale che la misura era colma.
Nel pomeriggio, guidati da Vincenzo Stimolo, militare e partigiano, duecento insorti assalirono armerie e depositi tedeschi: tra questi, il Castel Sant’Elmo, che cadde solo in serata dopo ore di battaglia e di sangue.
Le prime armi passarono di mano in mano, dalle baionette alle rivoltelle, e la rivolta divenne contagiosa.
La voce correva rapida nei vicoli: “Si combatte al Vomero! Napoli si ribella!”.
E così, a Materdei, a Montesanto, alla Sanità, piccoli gruppi improvvisati erigevano barricate con tram rovesciati, tavoli, sedie, porte divelte.
Gli scugnizzi correvano da un rione all’altro portando messaggi e bottiglie incendiarie, mentre le donne lanciavano pietre e acqua bollente dai balconi; vecchi reduci insegnavano ai più giovani a costruire bombe artigianali con barattoli di latta e polvere da sparo.
I tedeschi reagirono con violenza: dal Campo Sportivo del Littorio, l’attuale stadio Collana, e dalla Villa Floridiana uscirono colonne di soldati per soffocare l’insurrezione.
Le fucilazioni sommarie si moltiplicavano, le case venivano incendiate per piegare la resistenza, eppure, la città si stringeva sempre di più intorno ai suoi ribelli.
Nello stesso giorno, un gruppo di napoletani si diresse verso il Bosco di Capodimonte: correva voce che prigionieri civili stessero per essere fucilati; in quelle ore frenetiche si progettò anche il salvataggio del ponte della Sanità, che i guastatori tedeschi volevano minare per isolare il centro.
Il piano sarebbe riuscito il giorno dopo, grazie al coraggio di un drappello di marinai.
La sera portò nuove vittorie: i depositi d’armi delle caserme di via Foria e via Carbonara furono assaltati e depredati, rifornendo i ribelli di munizioni indispensabili.
Ormai, in tutta Napoli, la rivolta aveva il volto del popolo: studenti, operai, donne, militari sbandati, scugnizzi, femminielli; nessuno attendeva ordini dall’alto: la città intera, abbandonata dalle istituzioni, aveva deciso di farsi esercito di se stessa.
Il 27 settembre non fu solo l’inizio di una battaglia, fu il giorno in cui un popolo affamato e disarmato, stretto nella morsa della violenza e della fame, scelse di scrivere da solo, con gli americani a pochi chilometri, ma incredibilmente fermi, la propria libertà.
Gli eroi
“Dal Vomero si spara”: il rapporto Sernicola
Alfonso Sernicola, maggiore, scrive un rapporto un anno dopo. Racconta il 28–30 settembre al Vomero come li ha vissuti: armi recuperate alla rinfusa, le prime autoblinde tedesche su via Cimarosa, un’ambulanza requisita puntando il fucile, piccoli nuclei che si riconoscono “sparacchiando qualche colpo per vederci”.
Tra i vicoli, un vecchietto col cappello e la cravatta rossa fa da vedetta: è il professor Antonio Tarsia. La città libera non nasce da un comando unico, ma da una costellazione di scelte testarde.
Il rapporto si chiude con una richiesta: che a quegli uomini e donne venga riconosciuto il loro contributo. Napoli, intanto, si è già riconosciuta da sola.
Fonti: “Relazione del maggiore Alfonso Sernicola” (Quartiere Vomero: via Cimarosa, Morghen, Bernini; dinamiche e dettagli minuti).


