Malafemmena: Totò e la poesia dell’amore ferito

È il 1951 quando Antonio De Curtis, per tutti Totò, scrive una canzone che diventerà uno dei gioielli più amati della canzone napoletana: Malafemmena“; ma per capire come nasce, bisogna immaginare Totò non nei panni del principe della risata, ma in quelli di un uomo ferito, un poeta che si rifugia nei versi per dare forma a un dolore personale.

Il matrimonio con Diana Bandini, madre di sua figlia Liliana, è finito: non è una rottura rabbiosa, ma una frattura lenta, fatta di silenzi e distanze. Totò, uomo di scena abituato alle maschere, qui si toglie ogni difesa e scrive in napoletano puro, con la lingua che meglio sa esprimere l’intensità dell’amore e del disincanto.

Malafemmena” dedicata alla Bandini per non aver mantenuto l’impegno a non andarsene da casa fino a quando la figlia Liliana non avesse compiuto 18 anni, non è un insulto: è una carezza graffiata, il ritratto di una donna amata e perduta, capace di ferire senza smettere di essere bella.


La canzone è un misto di tenerezza e rammarico, dove l’ira è solo un velo che copre una nostalgia irriducibile. Totò affida tutto alla forza della melodia lenta e struggente, in cui ogni parola sembra pesata e cesellata come un verso poetico.

La canzone fu interpretata dapprima da Giacomo Rondinella e successivamente da Mario Abbate, che la presentò al concorso musicale di Piedigrotta “La Canzonetta”, dove riscosse un notevole successo. Più tardi ispirò il film Totò, Peppino e la… malafemmina (1956), all’interno del quale venne cantata da Teddy Reno.

 

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