Mario Schiano: l’urlo jazz della Napoli più libera

C’è un angolo di Napoli che non ha bisogno di parole, ma vibra come un sax suonato controvento. È lì che nasce Mario Schiano, il 20 luglio 1933, in una città che ha sempre mescolato l’eleganza al caos, la melodia alla dissonanza. E proprio da questa miscela inizia la storia di uno dei pionieri del free jazz italiano, un uomo che ha trasformato il suono in lotta, in ricerca, in poesia pura.

Gli inizi: tra Napoli e Roma, il bisogno di rompere le righe

La Napoli di quegli anni era viva e inquieta, ma le opportunità per chi voleva fare musica fuori dai canoni erano poche. Mario non si accontenta delle scale convenzionali: scopre presto il jazz, ma non quello patinato da club raffinati, quello crudo, sincopato, quasi tribale. Lascia la città partenopea per studiare filosofia a Roma, dove capisce che la musica e il pensiero devono camminare insieme; non è un sassofonista qualunque: il suo sax è uno strumento di riflessione, spesso di provocazione.
Comincia a esibirsi negli anni ’60 e da subito si distingue per uno stile inconfondibile, libero da strutture, figlio delle correnti americane del free jazz, ma profondamente radicato nella teatralità e nel pathos napoletano.

Un jazzista contro: la fondazione dell’Italian Instabile Orchestra

Schiano non vuole stare solo, vuole una comunità, un laboratorio, un’orchestra capace di suonare senza padroni. Così, nel 1990, è tra i fondatori della Italian Instabile Orchestra, una delle esperienze musicali più innovative d’Europa, un ensemble che rompe le barriere tra avanguardia, improvvisazione e tradizione.
Con questa formazione e in solo, Schiano si esibisce nei più importanti festival internazionali, dalla Germania agli Stati Uniti, portando con sé sempre quell’urgenza espressiva che era nata nei vicoli di Napoli.

Un sassofono teatrale: Schiano attore e performer

Mario Schiano non è stato solo un musicista. Il suo modo di stare sul palco è sempre stato teatrale, viscerale. Ha partecipato ad alcune esperienze cinematografiche e teatrali sperimentali, portando in scena quella che lui stesso definiva “una forma di jazz recitato”. La sua arte era complessa e insieme diretta: ironica, sfacciata, drammatica, come la città da cui proveniva.
Nel suo modo di suonare c’era spesso una risata, uno schiaffo, un pianto. L’improvvisazione diventava narrazione, una storia raccontata senza parole, con soffi e strappi d’ancia.

Napoli nel sangue, anche quando era lontano

Schiano si è spento a Roma il 10 maggio 2008, ma Napoli non l’ha mai lasciata davvero. “Ogni volta che suonava, sembrava parlare in dialetto”, raccontò un collega. La sua musica portava addosso le strade affollate, le voci stonate dei mercati, la malinconia e l’istinto partenopeo di dire sempre la verità, anche se scomoda.
La città gli ha reso omaggio solo dopo la sua morte, ma il suo nome resta inciso nel pantheon degli artisti napoletani che hanno rotto i confini: non solo geografici, ma musicali, sociali e mentali.

A chi lo ha conosciuto, Schiano ha lasciato una lezione: non avere paura di essere fuori tono, se quel tono è il tuo. Oggi è considerato uno dei padri del free jazz italiano, e la sua influenza si percepisce in molti giovani musicisti che scelgono l’improvvisazione come linguaggio.

Un linguaggio difficile, forse, ma autentico come la voce della sua Napoli.

Fonti

  • Intervista a Mario Schiano in Musica Jazz (1995)

  • Archivio Rai Teche – Speciale “Jazz italiano d’avanguardia”

  • Enciclopedia del Jazz italiano, a cura di Flavio Caprera

  • Ricordi del Festival di Sant’Anna Arresi e Umbria Jazz

  • La musica inquieta di Mario Schiano, documentario di RAI Cultura, 2009

  • wikipedia.org
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