Medium e spiritismo a Napoli: “Non è vero, ma ci credo”

“Non è vero, ma ci credo”: il titolo della celebre commedia di Peppino De Filippo racchiude in sette parole l’anima più profonda di Napoli, una città che ha sempre tenuto un piede nel mondo reale e uno nell’invisibile, oscillando tra fede, superstizione e un pizzico di irresistibile credulità.

La Belle Époque dell’occulto

Tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, in quegli anni che la storia chiama ottimisticamente Belle Époque, fiorirono in tutta Europa gli studi esoterici: dalle teorie teosofico-filosofiche si passava alle applicazioni pratiche, con sedute spiritiche, divinazioni astrologiche e i primi esperimenti sull’ipnosi; era l’epoca in cui scienza e occulto sembravano potersi incontrare, e molti studiosi, anche illustri, si avventurarono in questo territorio di confine.

A Napoli, però, la curiosità per questi fenomeni era ben più antica: già nell’età barocca l’avvocato napoletano Costantino Grimaldi (1667-1750) aveva dedicato un voluminoso testo, la Dissertazione sopra le tre magie, allo studio dei fenomeni occulti, arricchendola di citazioni dal mondo greco-latino. Un’opera precoce e raffinata, che testimonia quanto la città avesse sempre guardato con interesse, e senza troppa paura, all’universo del soprannaturale.

La superstizione come cultura popolare

I napoletani sono per natura inclini alla superstizione (dal latino superstitio, composto di super e il tema di stare, ovvero “stare sopra” gli eventi, al di là della razionalità). La difficile realtà storica della città, segnata da pestilenze, eruzioni, carestie e dominazioni straniere, aveva alimentato nel popolo la convinzione che la magia fosse la chiave per combattere le avversità; un atteggiamento irrazionale certo, ma comprensibile: quando la realtà è dura, l’invisibile diventa rifugio.

Ed è in questo contesto che, nel 1871, il popolo napoletano accolse con grande curiosità una giovane pugliese dai presunti poteri straordinari: Eusapia Palladino, nata a Minervino Murge il 20 gennaio 1854 da una famiglia di umili contadini.

Eusapia Palladino: la veggente del popolo

Eusapia era già nota in alcuni circoli quando Giovanni Damiani, gentiluomo palermitano di ritorno dall’Inghilterra dove aveva frequentato diversi circoli spiritici, la prese sotto la sua tutela e la avviò alla carriera di medium. La giovane era analfabeta e forse non conosceva nemmeno il proprio nome per esteso, eppure Damiani riconobbe subito il suo potenziale. Le sue sedute attirarono l’interesse di scienziati di fama mondiale, tra cui i coniugi Pierre e Marie Curie e il medico Charles Richet, futuro premio Nobel, e nel 1892 a Milano una commissione speciale di diciassette sedute, tenute a casa del professor Giorgio Finzi, sancì la sua notorietà internazionale.

Dopo anni di attività, Eusapia decise di tornare a Napoli, dove si sposò e divenne sarta, abbandonando quasi del tutto il mondo dell’occulto; ma nel 1886 entrò nella sua vita Ercole Chiaia, appassionato studioso di scienze occulte, che la convinse a riprendere i suoi “poteri” e la lanciò nel mondo scientifico dell’occultismo. Chiaia scrisse allora al celeberrimo professor Cesare Lombroso, raccontandogli che Eusapia, pur legata a una sedia o trattenuta per le braccia dagli astanti, riusciva ad attrarre e sollevare mobili, far udire rumori di martello sui muri, sollevarsi in aria, emanare dal corpo fiammelle di luce, e persino plasmare forme di argilla senza toccarla.

Lombroso e la sfida della scienza

Lombroso, in un primo momento, non raccolse la sfida. Ma nel 1891, trovandosi a Napoli per un’inchiesta sui manicomi, si decise finalmente a studiare Eusapia in due sedute ravvicinate. Inizialmente attribuì i fenomeni al carattere neuro-psicopatico della donna; poi, dopo numerosi esperimenti, cambiò radicalmente opinione e divenne uno dei principali sostenitori dello spiritismo, impegnandosi in un acceso dibattito con i suoi oppositori, tra cui l’allora direttore del Corriere della Sera, Eugenio Torelli Viollier.

Le accuse contro Eusapia non mancarono: controllo delle luci, capacità di liberarsi dai lacci, rifiuto di consentire che qualcuno le tenesse le caviglie sotto il tavolo, utilizzo di un bulbo di gomma per far svolazzare le tende. Con il passare del tempo i suoi poteri sembrarono affievolirsi, e i trucchi scoperti gettarono ombre sulla sua reputazione. Eppure, come ammise il suo stesso manager Carrington, quei trucchi non spiegarono mai del tutto tutti i fenomeni avvenuti durante le sue sedute.

Eusapia Palladino morì a Napoli il 16 maggio 1918, nella solitudine della sua abitazione in Via Benedetto Cairoli.

Il nome, Calvino e la città invisibile

Eusapia è nome di derivazione greca e latina, che evoca il ben sapere, l’essere saggia. Non è forse un caso che Italo Calvino abbia dato questo nome a una delle sue Città invisibili: quella i cui abitanti, per rendere più piacevole la morte, hanno costruito sottoterra una città identica a quella dei vivi, quasi a sottolinearne il risvolto magico.
Conosceva forse la storia della nostra Eusapia? È lecito immaginarlo.

Fonti

  • Wikipedia
  • Treccani.it
  • Peppino De Filippo, “Non è vero, ma ci credo” (1942);
  • Italo Calvino, “Le città invisibili” (1972).
  • Immagine: https://www.ilgiornaledellarte.com/
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