Meno prumette chi cchiù arreflette

Foto di Angelo Giordano da Pixabay

In certi vicoli di Napoli, le parole sono come pietre levigate dal tempo: brevi, affilate, definitive. E il detto “Meno prumette chi cchiù arreflette” cade a pennello in una città dove la parola è arte, ma anche responsabilità.
Non è solo un proverbio: è un invito a pesare il verbo, prima ancora che il gesto.

Chi è napoletano lo sa: fare una promessa non è una cosa da poco: qui, una stretta di mano vale quanto un contratto, e una parola data ha un peso che può schiacciare più di un debito non pagato. Ma c’è chi la lingua la usa come una spada, e chi invece come un freno. Quest’ultimo è il tipo di persona che il detto celebra: quello che prima di dire “sì”, ci pensa due, tre, dieci volte, che non si lancia in giuramenti a vuoto (a Napoli si dice fà diebbete cu ‘a vocca – fare debiti con la bocca) solo per piacere o per galanteria.
Uno che magari parla poco, ma quando apre bocca… lo fa pesare.

E in effetti, a pensarci bene, chi riflette davvero sa che ogni promessa è un seme: può germogliare o marcire, ma intanto l’hai messo in terra, e qualcosa prima o poi ci cresce. Spesso, proprio per evitare raccolti amari, è meglio non piantare nulla. O almeno, pensarci bene prima.

Un tempo — e forse ancora oggi, nei quartieri dove il tempo ha un altro passo — i vecchi dicevano:

Chi parla poco, sbaglia poco”.
E spesso aggiungevano:
E chi prumette poco, campa meglio”.

La saggezza napoletana, in questo caso, si muove sul filo della diffidenza, ma è una diffidenza sana, prudente.
Non si tratta di chiudersi al mondo o rifiutare l’impegno, al contrario: si tratta di capire che ogni impegno è una forma d’amore, e proprio per questo non va distribuito a caso.

In fondo, chi riflette prima di promettere è anche quello che — se e quando promette — mantiene davvero. E questo, a Napoli come ovunque, fa tutta la differenza del mondo.

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