Ci sono persone che possiedono il raro e tormentoso talento di disperarsi per una catastrofe prima ancora che questa si sia verificata. Sono quelli che vedono una nuvola in lontananza e danno per spacciato il raccolto, o che avvertono un lieve mal di testa e iniziano a redigere il testamento. Davanti a questa inclinazione al dramma preventivo, la filosofia partenopea oppone una regola aurea di ammirevole pragmatismo: ’Ncopp’ ô muorto se canta ’o miserere (Sul morto si canta il miserere).
Ad litteram l’espressione evoca il solenne e dolente salmo penitenziale che la tradizione liturgica riserva ai riti funebri. Il significato profondo della massima, però, è un invito a non precorrere i tempi, specialmente quando si tratta di piagnistei e lamentazioni. Il dolore, le lacrime e i rimpianti sono leciti e comprensibili solo ed esclusivamente quando ci si trova davanti al fatto compiuto del danno patito. Farlo prima è inutile, oltre che decisamente menagramo.
Questo proverbio affonda le sue radici nella saggezza rassegnata ma ironica dei vicoli, dove le difficoltà quotidiane erano troppe per potersi permettere il lusso di consumare energie per disgrazie ancora ipotetiche. Cantare il miserere quando il malato è ancora a letto e respira non solo non aiuta a guarirlo, ma toglie dignità alla speranza; la vita va affrontata un momento alla volta: finché c’è partita, si gioca; quando la sfortuna ha definitivamente segnato il tabellino, allora e solo allora ci si siede a piangere le proprie sfortune.
Nel linguaggio di tutti i giorni, la sentenza viene scagliata come un fulmine per zittire i pessimisti cronici, i partner commerciali ansiosi o gli amici che si fasciano la testa prima di essere caduti. È un modo squisitamente realista per rimettere in ordine le priorità del tempo presente. Perché bagnarsi le vesti se non sta ancora piovendo? Godiamoci il sole finché resta alto e teniamo gli spartiti del coro funebre ben chiusi nel cassetto: per cantare il miserere, purtroppo, c’è sempre tempo.


