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Nella tradizione partenopea, il dono riveste un ruolo speciale, che si cela in parole antiche e ricche di storia come ‘nferta, paraguànto, presiento e rialía: questi termini raccontano non solo il gesto materiale di offrire, ma anche le sfumature sociali e culturali che accompagnano ogni omaggio, piccolo o grande che sia.
La ‘nferta, per esempio, è più di un semplice regalo: è un infarcito, un dono «riempito» di significati; la parola deriva dal latino infertum, supino di infercio, che significa appunto «infarcito», «pieno»: così come si infarciscono i piatti delle feste con i sapori più ricchi, così si «infarciscono» le occasioni solenni — Natale, Pasqua, Capodanno — con doni e offerte, spesso accompagnati anche da pubblicazioni speciali, le cosiddette strenne, che nascono e si vendono proprio in occasione dell’inizio d’anno.
La ‘nferta è dunque un segno di festa e di condivisione, un atto di amore e memoria sociale che attraversa i secoli.
Altra parola, non più presente nel linguaggio corrente, che parla di doni e gesti di cortesia è il paraguànto, un termine curioso e ricco di storia; indica una mancia, un piccolo omaggio in denaro, spesso destinato ai servitori o ai camerieri. L’etimologia ci porta inaspettatamente in Spagna medievale, dove i maggiordomi chiedevano ai loro padroni la «para guantes», cioè dei nuovi guanti bianchi in sostituzione di quelli logori o sporchi, simbolo di decoro e pulizia.
Da quella richiesta, tra usi e consuetudini, si sviluppò il concetto di paraguanto come piccolo dono per chi prestava servizio, una testimonianza del rispetto e del riconoscimento sociale attraverso il denaro e la simbolica delle mani guantate.
Il presiento (o semplicemente presente) è invece il dono più intimo e personale, quello che si regala per onomastici e compleanni. «Purtà ‘nu presiento ô criaturo» è un’espressione familiare e tenera che evoca il gesto semplice, ma fondamentale, del donare per celebrare la vita.
Ma attenzione: presiento può anche essere usato ironicamente per indicare una sorpresa sgradita o un dono spiacevole. Quante volte abbiamo sentito dire «M’ànnu fatto ‘stu presiento!» con un sorriso amaro? La parola, che la si trova anche nell’anglosassone present, viene dal francese présent, che deriva dal verbo présenter, «offrire», e racchiude nel suo suono dolce il senso del dono che talvolta può diventare peso.
Infine, la rialía — o realía — è parola che ci riporta alle radici più antiche del potere e della proprietà. Nel Medioevo indicava i diritti del sovrano su terre, strade, caccia e pesca, e i doni in natura che il colono doveva al proprietario del fondo; oggi la ritroviamo in espressioni come ‘e realía ‘e Pasca, ovvero i regali pasquali, e significa mancia, omaggio o regalo in denaro.
Il termine nasce dal latino regālia, «le cose del re», derivato da regālis, «regale», ma in napoletano ha subito un’evoluzione sonora e accentuativa che lo rende una parola viva, carica di storia e memoria.
Questi termini, intrecciati fra loro, mostrano come il linguaggio napoletano custodisca gelosamente la memoria di gesti antichi, tradizioni e consuetudini che vanno ben oltre il semplice scambio materiale.
Donare non è mai un atto neutro, ma un ponte che unisce generazioni, un segno di appartenenza e di umanità e nel racconto di ‘nferta, paraguanto, presiento e rialía ritroviamo tutto questo, impastato di storia, di etimo e di sentimenti.


