Riccardo Muti: il direttore d’orchestra che ha portato Napoli nei teatri del mondo

A Napoli si nasce con la musica nel sangue. C’è chi lo dice per convenzione, e chi invece, come Riccardo Muti, lo dimostra da una vita. Nato in via Foria il 28 luglio 1941, nel cuore popolare della città, sotto il segno del San Carlo e con la voce del Vesuvio a far da metronomo, Muti ha tracciato un percorso straordinario che da Napoli lo ha portato nei più grandi teatri del mondo, sempre con la città nel cuore e nella bacchetta.
Il padre, Francesco Muti, era pugliese ma stabilitosi a Napoli come medico quando Riccardo aveva sedici anni; la madre, napoletana doc, era una cantante lirica. In casa Muti, l’arte non era una scelta: era l’aria che si respirava.
Riccardo iniziò da bambino a studiare pianoforte, e fu allievo del leggendario Vincenzo Vitale, maestro di generazioni di pianisti napoletani. Studiò poi al Conservatorio San Pietro a Majella, il tempio dell’educazione musicale partenopea, e da lì fu chiaro a tutti che quel ragazzo avrebbe fatto molta strada.

Il podio come missione

Divenuto ben presto direttore d’orchestra, Muti salì sul podio per la prima volta negli anni ’60: non fu un’ascesa, ma un’esplosione. A Vienna, Berlino, Londra, New York: ovunque si chiedeva la sua direzione. Ma a ogni intervista, a ogni conferenza stampa, lui non dimenticava mai di citare Napoli, la città che gli aveva insegnato – diceva – il senso del dramma, del canto, della vita.
Il suo stile era rigoroso, perfetto, ma dietro quel gesto preciso, quella bacchetta netta, c’era un cuore napoletano, con tutto il suo calore e la sua inquietudine. A Milano, come direttore stabile alla Scala per diciannove anni, portò una raffinatezza musicale che non era solo tecnica, ma anche culturale; alla guida della Chicago Symphony Orchestra, considerata una delle migliori al mondo, fece lo stesso.

La difesa della scuola musicale napoletana

Muti non è stato soltanto un interprete, ma anche un custode, uno di quelli che ha riportato alla luce compositori napoletani dimenticati, dalla grande Scuola Napoletana del Settecento: Jommelli, Cimarosa, Paisiello, Leo, Durante, Pergolesi, restituendo dignità a un repertorio colto che stava scomparendo, suonandolo nei teatri di mezzo mondo.
Chi lo ha ascoltato dirigere il Stabat Mater di Pergolesi nella chiesa dei Girolamini o le Messe di Alessandro Scarlatti al San Carlo, sa che Muti non interpreta solo la musica, la sente nelle ossa, la vive. 

Un figlio di Napoli

Spesso, nei suoi discorsi pubblici, ha difeso l’importanza dell’educazione musicale nelle scuole, ricordando che “la cultura è l’unica vera difesa dei popoli”, parole che suonano ancora più forti se pronunciate da chi ha avuto nella propria infanzia una città come Napoli, dove la musica si trova nei vicoli, nei caffè, nei cortili, nei mercati.
Muti ha più volte diretto al Teatro di San Carlo, definendolo “una casa dell’anima”, e non ha mai rinnegato il suo essere napoletano, nemmeno quando ha ricevuto cittadinanze onorarie all’estero o premi alla carriera in America e Giappone.
Per lui, Napoli è un marchio, una firma sul cuore, anche se vive a Ravenna, anche se la sua carriera lo ha tenuto lontano, Napoli non lo ha mai lasciato.

Un’eredità che profuma di Vesuvio

Nel corso della sua lunghissima carriera ha ricevuto premi prestigiosi, diretto orchestre mitiche, inciso dischi storici. Ma tra tutte le sue eredità, ce n’è una che lo rende unico: ha portato Napoli dove sembrava impossibile arrivare, ha insegnato ai palati più esigenti del ondo che la città della melodia popolare è anche patria di una straordinaria cultura musicale colta.

Fonti

– Riccardo Muti Music (www.riccardomutimusic.com)
– Archivio del Teatro di San Carlo
– Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli
– Interviste su Il Mattino, La Repubblica, Corriere della Sera
– wikipedia.org

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