Foto di Iqbal Nuril Anwar da Pixabay
Chi lo ricorda ancora?
Forse solo qualche napoletano di lungo corso, di quelli che portano la lingua come un abito cucito addosso sin dalla nascita.
È un termine curioso, uno di quelli che un tempo avevano cittadinanza piena nel lessico quotidiano e che oggi sopravvivono tra le pieghe della memoria orale. Lo si usava – e qualcuno lo usa ancora – per indicare un qualunque liquido dal nome incerto, oppure per estensione, ogni unguento, pomata, rossetto o sostanza fluida di uso domestico o personale. A volte, per metonimia, finiva per indicare direttamente anche il contenitore (stucchietto): una bottiglina, un flaconcino, un’ampollina o quegli astucci cilindrici simili a quelli dei rossetti.
Ma da dove viene questo vocabolo così bizzarro?
Tutto ha inizio con il greco: stomachikós, termine che indicava un rimedio “giovevole allo stomaco”, una bevanda medicamentosa, un liquido salutare per l’apparato digerente. Da lì, per strade misteriose e accidentate, quel vocabolo colto si incamminò verso la lingua parlata, storpiandosi in stucchimacchio, termine che già conteneva in sé l’eco di qualcosa di liquido, ma indefinito, utile ma generico, terapeutico ma anche domestico.
Nel ventre vivo della città bassa, forse tra le voci della gente dei Quartieri Spagnoli, il termine scivolò ancora: strucchimacchio e stricchimacchio divennero le versioni più colorite e deformate, usate spesso in tono ironico, quasi a schernire i piccoli rituali di bellezza femminile. Così, da bevanda medicamentosa, lo stomachikós si trasformò, sulle labbra dei popolani, in tutto ciò che unga, lucidi, profumi o impiastri, diventando parola-ombrello per qualsiasi cosa di incerta natura che venisse usata dalle donne – specialmente “le consorti”, come si diceva con un mezzo sorriso – per abbellirsi o curarsi.
E così, nel piccolo destino di questa parola, ritroviamo un frammento della Napoli che cambia: ironica, plastica, sempre pronta a storpiare e reinventare, a trasformare un termine medico greco in una trovata da vicolo, un nome per i misteriosi unguenti delle madri, delle zie, delle comari.


