Nel colorato dizionario del dissenso popolaresco napoletano, gli uomini che frequentano assiduamente le parrocchie hanno sempre goduto di un occhio di riguardo. Non un occhio benevolo, sia chiaro, ma quella benevola e pungente ironia che il vicolo riserva a chi mostra un eccesso di zelo. Intorno agli anni cinquanta del secolo scorso, se un uomo adulto veniva avvistato troppo spesso tra i banchi di una chiesa, iscritto magari all’Azione Cattolica o devoto frequentatore dei mesi mariani, scattava immediato il battesimo del popolino attraverso tre voci emblematiche: miezo prevete, bizzuoco e pecuozzo.
Tre termini nati in tempi e contesti differenti, ma confluiti nel medesimo alveo del dileggio quotidiano per etichettare il bigotto, il bacchettone o, nel peggiore dei casi, l’ipocrita attento più all’apparire che all’essere.
Miezo prevete: l’aspirante all’altare
La logica del popolo, all’epoca, era stringente ed elementare: la cura quotidiana della materia religiosa spettava unicamente a chi aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Se un semplice laico, un uomo sposato o un comune cittadino mostrava la stessa assiduità nelle funzioni, nelle benedizioni eucaristiche o nei ritiri spirituali, allora non poteva che essere un miezo prevete, un mezzo prete, un quasi sacerdote a cui mancava solo l’abito talare.
Dal punto di vista linguistico, la voce unisce l’aggettivo miezo (dal latino medius) al sostantivo prevete. Quest’ultimo custodisce una trafila fonetica affascinante: deriva dal tardo latino presbyteru, che a sua volta affonda le radici nel greco presbyteros, il cui significato originario è semplicemente “più anziano”. Nel passaggio al napoletano, la parola ha conservato la consonante labiodentale nella sillaba mediana, evolvendo da prebytero a prebete e infine a prevete, a differenza del toscano “prete” che ha subito una sincope più netta.
Bizzuoco: dal saio delle donne al motteggio maschile
Se miezo prevete nasce come appellativo esclusivamente maschile, il termine bizzuoco compie un percorso inverso. Storicamente, la voce nasce al femminile, bizzoca, per indicare quelle donne che, pur senza prendere i voti solenni in un monastero, vivevano una vita di preghiera e dedizione chiesastica, spesso indossando abiti dimessi. Con la nascita delle associazioni laicali aperte anche agli uomini tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il termine è stato declinato al maschile per aumentare il carico di ironia.
L’etimologia di bizzuoco e bizzoca viaggia parallela a quella dell’italiano “pinzochero”. La base linguistica è riconducibile a un basso latino bigiocius, che faceva riferimento al colore bigio, cioè il grigio rozzo e non tinto del saio indossato dai terziari francescani. Un’altra plausibile ricostruzione evoca la matrice bicotiu, da cui deriva anche una forte alternanza popolare tra i suoni della “p” e della “b”, traghettandoci direttamente verso la terza sponda del dileggio parrocchiale.
Pecuozzo: il converso diventato bacchettone
Entrato prepotentemente nell’uso comune verso la fine degli anni sessanta, il termine pecuozzo (variante di picuozzo) nasce con un perimetro molto più circoscritto. In origine, infatti, identificava specificamente il frate converso, ovvero il religioso laico che all’interno del convento non celebrava la messa ma si occupava dei lavori manuali, della questua o della cucina.
L’etimo si muove sul medesimo binario tardo latino di bicotiu o picotiu. Nel transitare dalla quiete dei chiostri al chiasso della strada, la voce ha allargato le proprie maglie semantiche, trasformandosi nel sinonimo perfetto di baciapile o collotorto. Nel dialetto moderno, dare del pecuozzo a qualcuno significa rimproverargli un atteggiamento ostentatamente devoto, una finta modestia o quel reclinare il capo in posa di falsa pietà durante le orazioni.
Tre sfumature diverse per un’unica grande verità antropologica: all’ombra dei campanili della città, la fede è una cosa seria, ma l’ostentazione della virtù rischia sempre di rimediare uno schettuoso soprannome da parte del vicolo.


