Salvatore Di Giacomo: l’aristocratico dei vicoli e il custode della memoria

Il 12 marzo 1860 non nasceva solo un poeta, ma il “medium” attraverso cui Napoli avrebbe parlato a se stessa in modo nuovo: non più urlando tra le bancarelle, ma sussurrando all’ombra di un lampione. Salvatore Di Giacomo è stato l’uomo che ha trasformato il dialetto in una lingua di cristallo, nobile e fragilissima.

L’ossessione per il dettaglio: Il poeta fotografo

Di Giacomo non scriveva per sentito dire. Era un cronista. Prima di diventare il poeta che tutti conosciamo, lavorò al Corriere del Mattino. Questo gli diede un occhio clinico: girava per i quartieri poveri con un taccuino, annotando non solo le parole, ma i suoni, gli odori e le “facce” della gente. La sua poesia è visiva: quando leggi “Era de maggio”, senti davvero l’odore della ciliegia fresca e il fruscio della seta. Non è solo letteratura, è un fermo immagine della Napoli di fine Ottocento.

Il “Vicedio” tra i libri

Per trent’anni, Di Giacomo fu il custode della Biblioteca Lucchesi Palli. Lo chiamavano, con un misto di rispetto e timore, il “Vicedio”. Lì dentro era un sovrano assoluto. In mezzo a migliaia di volumi, condusse una battaglia culturale per salvare la storia di Napoli. Senza di lui, avremmo perso la memoria dei teatri del Settecento, delle antiche canzonette e delle cronache dei viceré. La sua erudizione era immensa, eppure riusciva a trasformare quel sapere polveroso in versi che anche l’ultimo degli scugnizzi poteva cantare.

La sfida del Realismo: Assunta Spina

Non fatevi ingannare dalle sue canzoni dolci. Di Giacomo sapeva essere spietato. Con il dramma “Assunta Spina”, portò a teatro la violenza passionale, il delitto d’onore e il ruolo della donna in una società arcaica. Assunta non è una figurina di porcellana: è una donna di carne e sangue, che soffre e tradisce. Questo realismo crudo scioccò la critica dell’epoca, ma rese Di Giacomo il primo vero autore “verista” del teatro napoletano.

Il rapporto con la musica: un amore difficile

Di Giacomo scrisse testi per le più belle canzoni napoletane, ma il suo rapporto con i musicisti era spesso teso. Era un perfezionista. Quando Francesco Paolo Tosti musicò “Marechiare”, Di Giacomo si lamentò quasi del successo travolgente della canzone, temendo che la musica potesse mettere in ombra la purezza dei suoi versi. Eppure, quella “finestrella” (la fenesta) è diventata, grazie a lui, il simbolo mondiale del romanticismo partenopeo.

La solitudine dell’Accademico

Nonostante fosse celebrato da Benedetto Croce e nominato Accademico d’Italia dal regime (che cercava di “usare” la sua fama), Don Salvatore rimase un isolato. Viveva in un mondo fatto di fantasmi del Settecento e di ricordi di gioventù. La sua morte nel 1934 segnò la fine di un’epoca: con lui svanì quella Napoli colta, raffinata e crepuscolare che sapeva parlare al cuore del mondo senza mai alzare la voce.

Curiosità e dettagli inediti

  • Il rifiuto della medicina
    Si narra che svenne durante la sua prima lezione di anatomia guardando un cadavere.; quello svenimento fu la fortuna della poesia mondiale: lasciò l’università e corse a scrivere la sua prima cronaca nera.

  • Il “Gambrinus” come ufficio
    Aveva un tavolo riservato dove riceveva ammiratori e collaboratori.; si dice che molti dei suoi versi più famosi siano stati scarabocchiati sui tovaglioli di carta del bar.

  • L’italiano e il napoletano
    Di Giacomo scriveva in un napoletano “illustre”, depurato dalle sguaiataggini, ma capace di mantenere tutta la forza della lingua parlata. Era convinto che il napoletano fosse una lingua nobile pari al toscano.

Fonti

  • Wikipedia.org

  • Benedetto Croce: “Salvatore Di Giacomo” (Saggio critico). Croce fu il primo a dare dignità “nazionale” alla sua opera, strappandola all’etichetta di semplice poesia dialettale.

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