Napoli, una nazione mancata? Croce, Musi e la grande questione del Mezzogiorno

C’è una domanda che attraversa secoli di storia italiana e che ancora oggi non ha trovato una risposta definitiva: il Regno di Napoli fu davvero un regno, con una sua identità, una sua coscienza nazionale, un suo destino autonomo? O fu sempre e soltanto una periferia, una terra amministrata da lontano, incapace di costruire se stessa?

È attorno a questa domanda che ruota il saggio di Giuseppe Patisso pubblicato su Itinerari di ricerca storica nel 2017, un confronto serrato tra due opere capitali della storiografia meridionale: la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce, pubblicata tra il 1923 e il 1925, e il più recente Il Regno di Napoli di Aurelio Musi. Due libri separati da quasi un secolo, ma che Patisso legge come un unico filo conduttore — un continuum storiografico che ci dice molto non solo sul passato di Napoli, ma anche sul modo in cui gli storici costruiscono la storia.

Regno o viceregno? Una questione di parole (e di potere)

Tutto comincia da un problema apparentemente terminologico. Il termine viceregno, applicato a Napoli durante la dominazione spagnola, fu introdotto da Benedetto Croce nella sua opera fondamentale. Sembrava una scelta innocua, quasi tecnica. Non lo era.

Come ha sottolineato lo storico Giuseppe Galasso, chiamare Napoli viceregno significava implicitamente sminuirla, ridurla a un dominio di secondo rango, assimilarla alle colonie del Nuovo Mondo. Ma le cose stavano diversamente: il Regno di Napoli era tale prima ancora che arrivassero gli spagnoli, aveva una sua tradizione giuridica, una sua identità istituzionale. Ferdinando il Cattolico aveva giustificato la sua conquista non come colonizzazione ma come eredità legittima, rivendicando i diritti di Alfonso il Magnanimo. Persino i francesi, quando Francesco I rivendicò il possesso del regno, lo fecero per via delle ascendenze angioine, non come conquistatori di terra vergine.

Eppure quella parola, viceregno, rimase, si diffuse, condizionò decenni di storiografia. È la dimostrazione di quanto il linguaggio storico non sia mai neutro, e di come una singola scelta lessicale possa orientare l’interpretazione di interi secoli.

Croce e la rivoluzione storiografica

La Storia del Regno di Napoli non fu solo un libro di storia. Fu un manifesto metodologico, una presa di posizione contro la storiografia positivista che dominava la cultura europea di inizio Novecento.

Il positivismo aveva prodotto storie puntigliosissime, ricche di fatti, date, documenti, ma, agli occhi di Croce, fondamentalmente vuote. Una storia evenemenziale, come la chiamava, che accumulava eventi senza interpretarli, che registrava senza capire. Il passato, per il filosofo nativo di Pescasseroli, non ha senso se non ci aiuta a leggere il presente. “Ogni vera storia è storia contemporanea”, scriveva: non nel senso banale che si parla sempre di sé, ma nel senso profondo che solo chi vive un’epoca ha le domande giuste per interrogare le epoche precedenti.

L’alternativa che Croce propose fu la cosiddetta storia etico-politica: una storia che non si limitasse a narrare re e battaglie, ma che seguisse l’evoluzione della coscienza di un popolo, il formarsi delle istituzioni morali, il rapporto tra potere e società. Un approccio che doveva molto alla storiografia tedesca, in particolare a Friedrich Meinecke, del quale Croce citò con ammirazione un passo dall’opera Weltbürgertum und Nationalstaat: l’idea che la storiografia, senza rinunciare al rigore metodico, dovesse tuffarsi nella filosofia e nella politica per svolgere la sua vera funzione.

La nazione napoletana: quando nacque, se mai nacque

Al centro della Storia del Regno di Napoli c’è una tesi provocatoria: la nazione napoletana non nacque con i normanni, come molti storici avevano sostenuto. Quella monarchia, per quanto potente e organizzata, non produsse un popolo nel senso pieno del termine.

I primi segnali di una coscienza collettiva, secondo Croce, si intravidero durante il periodo angioino, paradossalmente, uno dei più travagliati della storia del Mezzogiorno, segnato dalla debolezza dello Stato, dalla prepotenza dei baroni, dalla dipendenza dai capitali stranieri. Eppure fu allora che cominciò a formarsi qualcosa di fondamentale: il sentimento di fedeltà verso il sovrano, un legame emotivo e politico tra popolo e monarchia che sarebbe sopravvissuto alle dominazioni straniere.

Gli aragonesi, quando subentrarono agli angioini, costruirono su queste fondamenta: protezione del territorio, fidelizzazione del popolo e della nobiltà, trasformazione dei baroni da elementi eversivi a garanti dell’ordine. Ma anche questo non bastò a creare una vera coscienza nazionale. La monarchia spagnola, pur efficiente nel controllo del territorio, non riuscì mai a diventare, nelle parole di Croce, organo di coscienza nazionale.

Il momento decisivo arrivò più tardi, nei secoli XVII e XVIII, quando dentro l’élite intellettuale napoletana maturarono gli ideali dell’Illuminismo. Non portarono all’indipendenza, quella fu ottriata, concessa dall’esterno, dal gioco delle potenze europee e dalla volontà di Elisabetta Farnese di dare un regno al figlio Carlo, ma produssero qualcosa di più duraturo: una tradizione politica, una coscienza civile, un’identità intellettuale che avrebbe poi guidato anche l’ingresso nell’Italia unita.

Il grande paradosso: una nazione che rinuncia a se stessa

Qui Croce tocca uno dei punti più dolenti e più affascinanti della sua analisi. La classe dirigente napoletana che aveva costruito, in due secoli di illuminismo e di lotte, una propria identità politica e culturale, nel momento dell’Unità d’Italia scelse di dissolversi. Di entrare nella nuova Italia senza rimpianto, come scrive Croce, rinunciando all’identità che aveva faticosamente costruito.

È un paradosso che ha il sapore della tragedia. Una nazione che si fa e poi si disfa. Una classe dirigente che capisce di non poter essere egemone nel nuovo stato unitario – per ragioni geografiche, economiche, politiche – e che per questo sceglie la resa. Non la resistenza, non la negoziazione: la resa.

Patisso, riprendendo Galasso, segnala qui il limite principale della visione crociana: Croce tende a fare coincidere il popolo con la classe dirigente o con gli intellettuali, trascurando quella che Galasso chiama la complessa, pluridimensionale e contraddittoria articolazione nazionale del popolo napoletano. La gente comune, i contadini, gli artigiani, i lazzari di Napoli – quelli che abbiamo incontrato nelle pagine del saggio su corporazioni e mestieri – sembrano quasi assenti dall’affresco crociano. La loro identità, le loro forme di solidarietà, la loro cultura materiale contano poco in una storia che guarda soprattutto in alto.

Musi e il rilancio di una tradizione

È su questo scarto che si inserisce il lavoro di Aurelio Musi, letto da Patisso come un ideale continuazione e correzione dell’opera crociana. Musi riprende il filo della grande narrazione sul Mezzogiorno, ma allarga lo sguardo: include le masse, i movimenti, le rivolta di Masaniello del 1647, le figure degli intellettuali eterodossi come Telesio, Bruno e Campanella, quest’ultimo con il suo utopismo profetico che arrivò a ispirare persino i gesuiti nelle reducciones del Paraguay.

La storia del Regno di Napoli, in questa prospettiva, non è solo la storia di una classe dirigente che si forma, brilla e poi si dissolve. È la storia di un popolo che, dall’epoca normanna al Risorgimento, ha mostrato una sua identità, non sempre coerente, non sempre vittoriosa, ma reale, tenace, stratificata.

Una questione ancora aperta

Leggendo il saggio di Patisso, si ha la sensazione che il dibattito sul Mezzogiorno, sulle sue origini, sulla sua identità, sulle ragioni del suo destino, non sia affatto chiuso. Croce lo ha impostato con una grandezza intellettuale raramente eguagliata. Musi lo ha ripreso e arricchito. Ma le domande restano.

Era davvero possibile, per il Regno di Napoli, costruire una coscienza nazionale duratura? O le condizioni storiche — le dominazioni straniere, la struttura feudale, la fragilità economica, lo rendevano strutturalmente impossibile? E quanto di quel passato pesa ancora sul presente del Mezzogiorno?

Sono domande che ogni buona storia pone senza esaurire. Ed è forse questa, in fondo, la lezione più profonda di Benedetto Croce: che la storia serve non per trovare risposte definitive, ma per imparare a fare le domande giuste.

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La_Storia_del_Regno_di_Napoli_di_Benedetto Croce (4)

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