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Se chi vi scrive nutre un amore profondo per tutto ciò che è comunicazione, lo deve alla sua esperienza giovanile legata al mondo delle radio libere. La prima radio veramente libera che abbia mai ascoltato, dopo una primissima Radio Montecarlo, questa rigorosamente in onde medie, fu “Radio L”: una scoperta folgorante, capace di accendere curiosità e immaginazione, molto prima che potessi anche solo immaginare di entrarne a far parte.
È pur vero che trasmetteva solo musica, ma già allora si poteva intuire il potenziale di questo mezzo che, liberato dai legacci di un’Italia ancora fortemente ancorata alla comunicazione di Stato, poteva finalmente esprimersi.
Sono stato un appassionato ascoltatore, fin dalla fine degli anni Settanta, di programmi come “Alto Gradimento”, del duo Boncompagni-Arbore, e dei loro stravaganti personaggi, creati soprattutto da Mario Marenco e Giorgio Bracardi; ma è altrettanto vero che le mie domeniche mattina da bambino erano scandite da programmi radiofonici come “Gran Varietà”, un contenitore di esilaranti gag interpretate da attori e personaggi di primo piano.
Era pressappoco il 1977 quando varcai per la prima volta la soglia di uno studio radiofonico, scendendo le scale che portavano allo studio di trasmissione di Radio Jolly, a Cappella Cangiani. Un’emozione difficile da descrivere, fatta di odore di apparecchiature, di microfoni, di voci nelle cuffie e di luci soffuse.
Fu un’attrazione fatale, un amore che non mi ha mai abbandonato, rafforzato da una lunga militanza in una radio storica che oggi non c’è più: Radio Napoli Centro, di cui parleremo più avanti.
Ancora oggi, senza esitazioni, preferisco la radio alla televisione.
Del resto, come cantava Eugenio Finardi in “La radio” «se una radio è libera, ma libera veramente, piace ancor di più perché libera la mente» resta un mezzo capace di parlare direttamente all’immaginazione, di accompagnare senza invadere, di raccontare senza bisogno di immagini.
C’era un tempo, e non è poi così lontano, quiondi, in cui la voce di una radio era molto più di un semplice mezzo di intrattenimento: era un ponte, una piazza invisibile, un luogo di incontro e di vicinanza tra persone, culture e aspirazioni. A Napoli, questo ponte si innalzò nel cuore degli anni Settanta, quando la città iniziò a vibrare anche per le frequenze FM che le radio libere cominciavano a occupare.
E chi era coinvolto faceva di tutto: programmi di ogni genere, dal commento della partita del Napoli alla regia per qualche cartomante, dalla registrazione di un programma musicale che avrebbe accompagnato chi lavorava di notte, all’essere aggrappati a un’antenna nel tentativo di orientare i dipoli nella direzione giusta, senza mai dire di no, spinti da una passione crescente e da introiti pari a zero.
Quell’esperienza radiofonica non è rimasta confinata ai ricordi o alla passione: mi ha aiutato, e non poco, anche nella mia carriera lavorativa. La capacità di comunicare, di ascoltare, di tradurre contenuti complessi in linguaggi accessibili ha fatto da ponte naturale verso il mio lavoro nel web, dove la radio mi ha insegnato, prima di ogni altra cosa, il valore della voce, del racconto e della relazione con chi sta dall’altra parte… un insegnamento che, ancora oggi, mi rende decisamente poco indulgente verso l’abuso dei messaggi vocali di WhatsApp che puntualmente mi arrivano.
L’esplosione delle radio libere a Napoli
Negli anni ’70 e ’80, in tutta Italia, quindi, si diffuse un fenomeno che avrebbe segnato un punto di svolta nell’informazione e nell’intrattenimento: quello delle radio libere. Erano emittenti nate fuori dal controllo statale, spesso fondate da gruppi spontanei, artisti, giovani appassionati o associazioni culturali.
Nella provincia di Napoli, questo movimento si tradusse in una fitta rete di frequenze FM che divennero presto colonna sonora della vita quotidiana.
Napoli non era nuova alle voci alternative: già negli anni precedenti la RAI aveva inaugurato programmi di grande impatto culturale, ma erano puntuali momenti di radiofonia tradizionale. Le radio libere, invece, erano tutte in movimento: voce in presa diretta, musica che non passava dalle playlist ufficiali, dibattito, identità di quartiere.
Le emittenti sorsero come funghi in ogni angolo della città e della provincia e molte altre, spesso con programmazioni locali e collaborazioni con musicisti, artisti e personalità del territorio.
Molte di esse, poi, si svilupparono tanto da diventare apprezzati network nazionali, Radio Kiss Kiss su tutte.
Radio Napoli Centro 102,5: la voce della canzone napoletana
Tra queste voci, una delle più importanti e longeve fu Radio Napoli Centro, nata nel 1976 con un progetto iniziale ben definito: valorizzare e diffondere la musica in tutti i suoi generi, con un focus principale sulla canzone napoletana. Non un semplice canale musicale, poi, ma una radio che divenne punto di riferimento per chi voleva ascoltare, riscoprire e mantenere viva la tradizione musicale della città, ma anche di essere informato.
Trasmettendo sui 102,500 MHz (e poi anche sui 107,4 MHz), Radio Napoli Centro si propose come emittente locale, ma con ambizioni culturali ben più ampie. Sotto la guida della famiglia Paternoster, tra cui Pietro Paternoster (Lupo solitario), fondatore e autentico genio artigiano della radio, capace di realizzare da solo tutto ciò che era necessario a garantire la messa in onda dei programmi, e di sua moglie, conosciuta da tutti come Mamma Giovanna, vera icona per generazioni di radioascoltatori, l’emittente seppe raccogliere intorno a sé un gruppo sempre più numeroso di giovani collaboratori; molti di loro avrebbero poi trovato spazio e successo nel mondo dello spettacolo e del giornalismo.
Si trametteva da via San Mandato, in una veranda adattata a studio radiofonico, con vecchi scaffali a contenere le centinaia di LP e 45 giri che usavamo per le nostre trasmissioni. C’era si uno studio di registrazione che una volta era uno spazio angusto adattato alla bisogna, con contenitori di uova che foderavano le pareti, per la loro capacità di fono assorbenza.
Radio Napoli Centro era un contenitore di programmi completamente autogestiti, capace di catalizzare un pubblico vasto e fedele. Si spaziava dai programmi di saluti tra ascoltatori, alla promozione della musica napoletana, allora ancora lontana dalle contaminazioni dello stile neomelodico, dai programmi sportivi a quelli di intrattenimento, dalla riproposizione di vecchi brani della musica italiana fino alla discomusic e, da ultimo, anche garantendo un’informazione locale.
Questa radio ebbe un ruolo decisivo non solo nel mantenere vivo l’interesse per la musica tradizionale, ma anche nel dialogare con le nuove realtà creative. In un’epoca in cui la radio commerciale era ancora agli albori, Radio Napoli Centro rappresentava un luogo di ascolto condiviso, uno spazio in cui chi viveva Napoli poteva sentirsi rappresentato e profondamente connesso alle proprie radici culturali.
Nel 1990, Radio Napoli Centro cessò le sue trasmissioni e le frequenze furono cedute a Radio Dimensione Suono.
Fu proprio lì, il 29 aprile 1990, che, insieme a Paolo Del Genio, allora giovane cronista che già lasciava intravedere quella professionalità che lo avrebbe portato a diventare una delle voci più autorevoli del giornalismo sportivo partenopeo, annunciammo, in una radiocronaca vibrante ed emozionante, il secondo scudetto del Napoli.
Io ero in studio, alla regia centrale; Paolo sul campo. Un momento indimenticabile, che ancora oggi rappresenta una delle pagine più intense di quella straordinaria avventura radiofonica.
Un ecosistema di voci
Ritornando a noi, le radio libere non furono solo musica, ma strumento di relazione, produzione culturale e identità territoriale. Spesso ospitavano personaggi emergenti, offrivano spazi per artisti che avrebbero segnato la storia della musica, ben prima che diventassero noti su scala nazionale, e promuovevano eventi locali che altrimenti non avrebbero trovato spazio sulle emittenti maggiori.
Erano trasmissioni dense di dialetto e linguaggio quotidiano, con conduzioni che incorporavano la vivacità delle piazze e dei mercati. In un’epoca pre-internet, la radio era “luogo di comunità”: si ascoltava in macchina, nei bar, nei negozi, nelle fabbriche. Le notizie giravano più attraverso voci popolari che attraverso notiziari istituzionali, e le frequenze FM divennero terreno di sperimentazione spontanea.
Conflitti e regolamentazione
Non tutto però fu semplice. Le radio libere operarono per anni in un contesto giuridico indefinito: molte frequenze non erano autorizzate, e spesso le emittenti si scontravano con la legge; negli anni ’80 e ’90 l’Italia attraversò fasi di regolamentazione del settore, con concessioni, normative, lotte per la libertà di espressione e momenti di repressione delle frequenze “non ufficiali”. Ma paradossalmente, proprio la pressione di queste radio e delle associazioni culturali portò a un quadro normativo più aperto per l’emittenza locale.
In città come Napoli, la radio rimase un elemento vivo: anche quando alcune emittenti cessarono le trasmissioni, nuove stazioni e iniziative riempirono il vuoto, consolidando l’idea che la radio fosse parte dell’identità urbana.
L’eredità delle radio libere
Oggi molte delle stazioni nate in quegli anni non esistono più, altre hanno evoluto la propria forma o sono confluite in network più grandi, ma l’eredità delle radio libere napoletane è evidente: hanno contribuito a formare la cultura popolare, hanno offerto piattaforme a voci giovanili e creative, e hanno trasformato la radio in uno strumento di comunità.
In questo panorama, Radio Napoli Centro 102,5 resta un simbolo: un progetto che ha saputo mantenere la memoria della canzone tradizionale, partecipare alla vita culturale della città e rappresentare un pezzo importante del mosaico radiofonico partenopeo degli anni d’oro delle libere.


