Ma che “Cazzullo” dice? Il dialetto, la camorra e l’eterno vizio dello stereotipo

C’è un’arte sottile, tutta italiana, nel dire di amare Napoli mentre le si punta un dito sporco di pregiudizio contro.

L’ultimo esercizio in materia porta la firma di Aldo Cazzullo che, dalle colonne del Corriere, ha deciso di trasformare una critica musicale a Sal Da Vinci in una sentenza morale e sociale. Dire che un brano vincitore di Sanremo è “la canzone più brutta della storia” è un diritto di critica; dire che potrebbe essere la “colonna sonora di un matrimonio di camorra” è, invece, un riflesso condizionato che puzza di vecchio, di polveroso e di un’ignoranza che non ci si aspetterebbe da chi si professa osservatore attento della Storia.

Il “Chiunque” e la meritocrazia negata

Secondo Cazzullo, l’Italia di oggi è un Paese dove “chiunque può fare tutto”. Peccato che l’esempio scelto per dimostrare questa presunta decadenza sia un artista che ha alle spalle decenni di teatro, musica e gavetta vera.
Definire Sal Da Vinci un “chiunque” è il primo segnale di una miopia intellettuale tutta piemontese: quella di chi non riesce a concepire il successo popolare se non come una botta di fortuna o, peggio, come il frutto di un abbassamento del gusto collettivo.

La camorra come passepartout

Ma il vero punto di rottura è l’accostamento alla camorra. Caro Cazzullo, perché quando un artista napoletano vince, la lente d’ingrandimento finisce sempre lì?
Perché la nostra lingua, la lingua di Giambattista Vico, di Salvatore Di Giacomo,  deve essere sempre degradata a sottofondo per banchetti di clan? 
Questo non è “amore per Napoli”, questo è lo stereotipo usato come clava per rimettere al suo posto chi ha osato vincere partendo dal Sud.

L’ombra di Modugno e il paternalismo estetico

Citare Modugno per sminuire il presente è un trucco retorico banale; Modugno era rivoluzione, certo, ma era una rivoluzione che l’Italia di allora seppe accogliere. Cazzullo invece usa il passato per sprangare le porte al presente, etichettando come “banale e scontato” ciò che milioni di persone hanno invece votato e amato.

Se oggi senti risuonare la canzone vincitrice del festival dappertutto, non è per la curiosità di ascoltarla, ma perché piace. Punto.

È lo snobismo di chi guarda l’Italia dal balcone di un ufficio milanese o di un salotto torinese, convinto che la “vera” cultura debba avere il bollino di garanzia dell’accademia, mentre tutto il resto è solo “Zalone” o malavita.

Conclusione: Napoli non è il vostro set cinematografico

Napoli non è un matrimonio della camorra. Napoli non è una parodia, ma una Capitale che sta vivendo un “risveglio consapevole”, che produce innovazione e che difende la propria identità linguistica con i denti.

Associare la nostra musica al crimine organizzato è un atto di pigrizia mentale imperdonabile.

Chi dice di amare Napoli dovrebbe imparare a rispettarne i talenti senza cercare sempre il marcio nel successo; altrimenti, caro Cazzullo, la domanda sorge spontanea: ma “che Cazzullo dici?”.

La nostra lingua merita di più di una battuta infelice su un banchetto di nozze, merita il rispetto dovuto a una cultura che, nonostante i vostri pregiudizi, continua a insegnare al mondo cosa significa essere umani.

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