Avè ’na lardiàta: quando la sconfitta è un supplizio (storia del termine perfetto per la caduta della Juventus)

Il calcio, si sa, è metafora di vita e di guerra, ma quando il Napoli batte la Juventus con una prestazione che non ammette repliche, i termini del comune vocabolario sportivo non bastano più.
Non si parla di “vittoria” o “sconfitta”, ma di qualcosa che affonda le radici in un passato più duro, più crudo.
Ieri sera (o meglio, in occasione di una di quelle consuete disfatte bianconere al Maradona), la squadra di Torino non ha semplicemente perso: ha subito una lardiàta, un’espressione definitiva per connotare una solenne batosta, un’umiliazione così sonora da travalicare il semplice punteggio.

Ma perché proprio lardiàta? E quale oscura storia si cela dietro questa locuzione, oggi intesa scherzosamente come un’eclatante somministrazione di percosse?

Dal palo alla brace: percosse storiche

Prima di arrivare alla lardiàta, c’è la sua parente, la paliàta; a senso, entrambi i termini significano conferire a qualcuno un gran numero di gravi e dolorose batoste.
La paliàta deriva da palo, l’oggetto con cui le percosse erano originariamente inferte. Il dialetto, però, dovette ingegnarsi: la parola palata già esisteva, indicando un filone di pane di circa un chilo che occupava l’intera pala del fornaio. Per distinguere la bastonatura inferta con un palo, si ricorse al termine paliàta, con l’aggiunta di una comoda i (palàta → paliàta).
Questa espressione, un tempo sulla bocca di tutte le mamme, serviva a minacciare i figli vivaci, promettendo loro… un’esperienza alquanto dolorosa.

La cruda origine della lardiàta

Ben più oscura e cruenta è l’origine della lardiàta, che ci catapulta indietro fino all’epoca viceregnale (1503-1688).
In quel periodo, la plebaglia che faceva ala al cammino dei condannati a morte verso il patibolo non si accontentava di assistere passivamente. Era loro concessa una terribile licenza: espandere ad libitum le sofferenze dell’infelice. Si trattava di un vero e proprio supplizio di piazza, con sputi, percosse e, orrore degli orrori, scottature operate con pezzi di lardo bollente che venivano sfregati sul corpo del condannato.
Da questa barbarica usanza, il termine lardiàta, che di per sé significa una salsa rustica a base di lardo, passò a indicare la solenne bastonatura e il supplizio totale.
Per un certo periodo, fu lo stesso boia a infliggere queste sofferenze aggiuntive, prezzolato dalla folla. Questa abitudine si interruppe bruscamente nel 1651, quando il boia Antonio Sabatino fu a sua volta impiccato per aver esagerato nel supplizio di due condannati, per il diletto della plebe. Dopo tale episodio, i boia si rifiutarono di accettare tangenti per queste crudeltà, e l’usanza di aumentare la sofferenza passò direttamente alla plebaglia stessa.

Il trionfo partenopeo come “lardiàta” sportiva

Oggi, fortunatamente, la lardiàta non evoca più l’orrore delle carceri di Castelcapuano (all’epoca sede del tribunale della Gran Corte della Vicaria) o il supplizio pubblico, ma conserva intatta la sua potenza metaforica.

Nel linguaggio sportivo, subire una lardiàta non significa solo perdere, ma essere umiliati, dominati e lasciati senza scampo, proprio come il malcapitato condannato che non aveva via di fuga; la sconfitta subita ieri dalla Juventus, senza attenuanti e con la nostra squadra capace di imporre il proprio gioco per tutti i novanta minuti, si merita l’epiteto di lardiàta.

È questa la bellezza e la durezza del dialetto napoletano: una parola così ruvida, nata dal grasso bollente e dall’ombra della forca, diventa il termine perfetto per descrivere un trionfo calcistico.
Infliggere una lardiàta è la sintesi di una vittoria che non si dimentica: non solo i tre punti, ma l’indiscutibile annichilimento dell’avversario.

E se l’avversario si chiama Juventus…

FNS!

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