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Ad litteram: “Chi non conta soldi non si sporca le mani”
Questo proverbio napoletano colpisce per la sua ambiguità apparente: chi potrebbe pensare che evitare i soldi sia una forma di purezza? Eppure, la frase va letta in profondità; come spesso accade nella saggezza popolare partenopea, dietro un’affermazione semplice si nasconde una riflessione sul potere, la morale e la corruzione.
Nel senso letterale, “contare i soldi” è l’azione di chi li maneggia continuamente: commercianti, banchieri, affaristi, ma nel linguaggio figurato, “cuntà denare” significa essere immersi nella logica del denaro, viverci dentro, farne un fine più che un mezzo.
Il proverbio, dunque, mette in guardia: più sei vicino al denaro, più rischi di “sporcarti”. Non necessariamente in modo illegale, ma moralmente, umanamente.
Si parla della tentazione, del compromesso, dell’avidità, mentre chi invece ne resta ai margini, chi vive con poco o semplicemente non ne fa un’ossessione, mantiene le mani pulite.
Una purezza non ingenua, ma consapevole.
In pratica si tratta di un messaggio anticapitalista ad litteram. In una città come Napoli, dove storicamente le disuguaglianze sociali sono state forti, il popolo ha spesso guardato con sospetto chi gestiva denaro e potere, certi che il denaro muove il mondo, ma spesso a scapito dell’etica.
Non è dunque un inno alla povertà, ma una forma di critica: chi rincorre il denaro rischia di perdere qualcosa lungo la strada — dignità, sincerità, umanità.
Nel mondo attuale, il proverbio suona forse più come una provocazione. Viviamo in un sistema dove tutto ha un prezzo, e l’assenza di denaro non è più vista come purezza, ma come fallimento.
Tuttavia, questo detto resta un monito: più grande è l’attaccamento al denaro, più aumenta il rischio di compromessi.
Il vero punto non è evitare il denaro, ma non farsi dominare da esso.


