Ci sono parole che nascono dentro un perimetro preciso, respirano l’aria di un golfo e poi, per la loro straordinaria forza espressiva, trasmigrano nei dizionari nazionali e globali. È il destino di termini come camorra, guappo, sfogliatella, vongola o scarola, ma è soprattutto il destino di guaglione. Nell’universo viscerale di Napoli, questa parola non è un sinonimo generico di bambino, ma fotografa un’età della vita e una precisa collocazione sociale. Il guaglione è l’adolescente, il ragazzo che ha superato i dieci anni e ha eletto la strada a proprio regno. In quel palcoscenico rutilante e chiassoso, egli gioca, si diverte e, molto spesso, presta la sua piccola opera servizievole per lucrare un piccolo guadagno. Diventa così ’o guaglione d’’’e servizie o ’o guaglione ’e puteca, il garzone avviato a un mestiere più o meno stabilmente retribuito.
Per comprendere la precisione quasi chirurgica della lingua napoletana, bisogna osservare come essa frammenti le stagioni dell’infanzia. Il neonato e il bimbo nei primissimi anni sono protetti dall’espressione sacrale di anema ’e Ddio. Fino ai cinque anni si parla invece di criaturo, nobile derivazione dal tardo latino creatura, oppure di ninno e nennillo, voci modellate sul greco neanías. C’è poi una finestra temporale, quella che va dalla nascita al terzo anno di vita, in cui il bambino viene definito pisciuoccolo. Si tratta di un termine deverbale, figlio del tardo latino pitissare, che attraverso una complessa evoluzione fonetica – tipica del napoletano nel trasformare la sibilante seguita da vocale nel suono palatale sci – descrive con affettuoso realismo il bimbo non ancora autonomo nelle sue funzioni fisiologiche, legato all’uso dei pannolini. Il guaglione si colloca oltre tutto questo: è l’infanzia che si fa autonoma, che si confronta con il mondo e con la fatica.
Il labirinto etimologico e le false piste classiche
Se la definizione semantica del termine è limpida, la ricerca della sua etimologia apre una questione monumentale. La parola ha scatenato per decenni la fantasia di filologi della domenica e accademici rigorosi, dando vita a ipotesi disparate in cui è difficile orientarsi. Nel passato, si è tentato di scomodare persino la lingua di Omero, ipotizzando una discendenza dal greco kallos o kallion, con il significato di “bellino” o “grazioso”. Si tratta tuttavia di una pretesa priva di qualsiasi riscontro documentato, poiché la durezza della strada non impone certo la bellezza estetica come requisito per i ragazzi di vicolo. Altrettanto debole è la congettura che vorrebbe legare il termine a gala, cioè il latte, ignorando il fatto che il guaglione sia per definizione un ragazzo già svezzato, ormai lontano dall’età del popolamento e dell’allattamento.
Persino i giganti della glottologia sono caduti in suggestioni poco convincenti. Giovanni Alessio, nel suo dottissimo Dizionario etimologico italiano, propose una derivazione dal latino ganeone, termine che indicava il frequentatore di bettole, l’ubriacone o, peggio, l’avventore dei postriboli. Sebbene non si possa escludere che qualche ragazzo di strada nel corso dei secoli abbia frequentato ambienti degradati, elevare il vizio della taverna a tratto identitario, tanto da farne derivare il nome dell’intera categoria, appare un azzardo sociologico e linguistico. Allo stesso modo, non convince l’opinione del grandissimo Gerhard Rohlfs, il quale accostò la parola a guagnone, cioè “colui che piange”. Il guaglione di Napoli è una figura associata alla vitalità, all’astuzia e alla prontezza, non certo al pianto continuo, rendendo questa ipotesi una pura petizione di principio.
Le suggestioni d’oltrealpe e il primato del mare
Nel labirinto delle ipotesi, anche la lingua francese ha esercitato una forte attrazione. Si è tentato di stabilire un legame con garçon, che pure indica il ragazzo di bottega, ma la filologia ci insegna che da quel ceppo è già derivato storicamente il napoletano guarzone, escludendo una doppia filiazione. Non mancano le derive nate dall’omologia con gaillard, ipotizzando un guaglione che debba per forza essere gagliardo, forte e muscoloso, caratteristica smentita dalla gracilità di tanti ragazzi dei quartieri. Curiosa, ma scientificamente fragile, è anche la suggestione giornalistica lanciata da Alfonso Fratta, il quale raccontò di aver sentito a Marsiglia apostrofare i ragazzi di strada con il termine voyou, dal suono incredibilmente simile al richiamo partenopeo guagliù. Al di là del tenue legame semantico con la via e la strada, le discrepanze fonetiche e storiche rimangono troppo profonde per accettare una simile discendenza.
Anche l’ipotesi formulata dal professor Carlo Jandolo, che intravedeva un originario valione derivato dal verbo valere nel senso di “vispo” o “valente”, si scontra con la realtà. Sebbene il passaggio morfologico dalla consonante labiodentale v alla gutturale g sia una costante del napoletano – come dimostrano guappo da vappa, gulio da vulio o vongola da concula – non tutti i ragazzi di bottega possiedono necessariamente doti di eccezionale prontezza. L’approdo più sicuro e filologicamente perseguibile ci riporta invece al latino medievale, e precisamente al termine galione, che indicava il giovane mozzo, il servo che prestava il suo faticoso operato sulle galee. È in questa figura legata al servizio, alla fatica quotidiana e all’apprendistato che si ritrova l’antenato perfetto del nostro ragazzo di bottega. Il guaglione, prima di conquistare la terraferma e i vicoli della città, ha imparato il senso del dovere e della sopravvivenza sul ponte di una nave.


