I misteriosi gomitoli della ricchezza improvvisa: quando i conti non tornano

Foto di Aritha da Pixabay

Ci sono mattine in cui nel quartiere appare un piccolo miracolo inspiegabile: un conoscente che fino al giorno prima faticava a mettere insieme il pranzo con la cena si presenta improvvisamente con abiti d’alta sartoria, offre da bere a tutto il bar e mostra una disponibilità economica da nababbo. Davanti a una simile e repentina metamorfosi, prima ancora di far scattare le indagini delle forze dell’ordine, a Napoli scatta l’ironia affilata di un antico proverbio-indovinello: Tu nun cuse, nun file e nun tiesse; tanta gliuòmmere ’a do’ ’e ccacce? (Tu non cuci, non fili e non tessi; tutti questi gomitoli da dove li tiri fuori?).

La domanda, come è facile intuire, è squisitamente retorica e intrisa di un sano, sarcastico scetticismo. Se il destinatario della battuta non è impegnato in alcuna attività lavorativa lecita e conosciuta capace di produrre un simile benessere, il senso della frase diventa chiarissimo: si sta sottintendendo, senza troppi giri di parole, che quel fiume di denaro sia il frutto di malaffari, imbrogli o traffici oscuri.

Ma perché la saggezza popolare ha scelto proprio l’universo della tessitura e l’immagine dei gomitoli per svelare l’arcano di una fortuna sospetta?

Per capirne la genialità dobbiamo analizzare la parola gliuòmmero (plurale gliuommere). Dal punto di vista strettamente linguistico, il termine indica il classico gomitolo di lana o di cotone e deriva direttamente dal latino glŏmere-m, giunto all’attuale forma partenopea attraverso la dittongazione della vocale breve e il tipico raddoppiamento espressivo della consonante “M”.

La vera sorpresa, però, è di natura storica e monetaria. Un tempo, nel ricco ed elaborato sistema economico del Regno delle Due Sicilie, la parola gliuòmmero aveva smesso di essere un semplice termine da sartoria per diventare una vera e propria voce gergale finanziaria. Con questo nome, infatti, il popolo indicava una grossa e tonda cifra di denaro, una balla di monete che corrispondeva all’incirca a ben cento ducati d’argento. Un tesoretto di tutto rispetto per l’epoca.

Ecco che il gioco di parole si fa perfetto: chi si ritrova con le tasche piene di gliuommere d’argento senza aver mai fatto la fatica di filare la canapa o tessere la tela della legalità quotidiana, non può sperare di farla franca davanti all’occhio clinico del vicolo.
Il proverbio toglie il velo all’ipocrisia del finto arricchito, ricordando a tutti che se non c’è stato il lavoro della semina e della produzione, quei “gomitoli” luccicanti nascondono quasi sempre un nodo scorsoio che prima o poi verrà al pettine.

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