Ci sono verbi che possiedono una plasticità quasi fisica, capaci di descrivere un processo biologico o culinario con una precisione che un intero trattato scientifico non riuscirebbe a eguagliare. Nella lingua napoletana, uno di questi termini d’annata, tanto espressivo quanto venato di una sottile malinconia, è senza dubbio arrugnarse.
In primis, questo verbo si applica al mondo della tavola e degli alimenti, e lo fa seguendo due binari diversi ma convergenti. Da un lato, descrive il destino di frutta e verdura che, dimenticate nel cesto, perdono la loro originaria freschezza, finendo per avvizzire e ragginzirsi. Dall’altro, fotografa magistralmente il comportamento della carne o di altri cibi ricchi di acqua che, una volta messi a cuocere sulla piastra o nel tegame, subiscono una drastica contrazione termica, sfrigolando e riducendosi a dimensioni decisamente più contenute rispetto alla partenza.
Per estensione e per traslato, la filosofia dei vicoli non ha esitato a cucire questo verbo addosso agli esseri umani. Arrugnarse diventa così il ritratto dello scorrere del tempo sul corpo delle persone non più giovani: con l’avanzare dell’età, l’organismo perde indefettibilmente la sua originaria freschezza, la pelle si corruga e i muscoli sembrano quasi contrarsi, portando i vecchietti a rimpicciolirsi e ad accorciarsi visibilmente, quasi volessero occupare meno spazio nel mondo.
Dal punto di vista strettamente etimologico, la parola ha scatenato un piccolo dibattito tra gli studiosi. Una vecchia scuola di pensiero ha tentato di far derivare il termine dal latino adrunculare, che significa letteralmente “ripiegare a mo’ di roncola” (il classico falcetto agricolo). Questa strada, tuttavia, è palesemente scorretta perché ignora la reale semantica del verbo: chi si arrugna non si incurva semplicemente in avanti come una lama, ma subisce un restringimento e un raggrinzimento generale, multidimensionale.
Ecco perché la soluzione dell’enigma linguistico è molto più lineare e suggestiva. Si tratta di un denominale che affonda le sue radici direttamente nel latino ruga (grinza, piega della pelle), formatosi attraverso un ipotetico passaggio nel latino volgare *adrugan-j-are, arricchito dall’infisso frequentativo e dal suffisso riflessivo.
Che si tratti di una bistecca che si rimpicciolisce sul fuoco, di una mela dimenticata sul ripiano della credenza o di un nonno che perde qualche centimetro di statura, il verbo arrugnà resta lo specchio perfetto di una legge universale della natura. Con un pizzico di ironia, la lingua napoletana ci ricorda che la vita è un continuo perdere umori e freschezza, un lento e progressivo ritirarsi che, se non altro, ha il pregio di lasciarci addosso le nobili e geometriche grinze della storia vissuta.


