L’arte partenopea di non spendere un soldo: catalogo ragionato dell’avaro

Nella lingua italiana, la parola avaro viene spesso associata, per un’erronea credenza popolare, a una contrazione latina di avidus aeris (bramoso di denaro). In realtà, la sua origine è molto più lineare e risiede nel verbo avere (o havere), inteso nel senso primordiale di desiderare ardentemente, accumulare e bramare il possesso.
Ma se l’italiano si accontenta di pochi termini formali, il napoletano, davanti alla figura di chi tiene la borsa stretta, spalanca un inventario di parole di una precisione chirurgica e di una ferocia ironica senza eguali.

A Napoli l’avaro non è semplicemente uno che non spende; è un personaggio teatrale dipinto con sfumature che vanno dal grottesco all’anatomico, dal metallurgico al filosofico. Ecco un viaggio alfabetico e ragionato tra le definizioni più icastiche della spilorceria all’ombra del Vesuvio.

Dalla A alla C: i professionisti del risparmio e dell’unto

Allesenàto (o allesenùto): è l’avaro nella sua forma più estrema, ridotto a uno stato smunto ed emaciato pur di non spendere per il cibo. La parola è coniata sul verbo allesinare, ovvero l’essere provvisto di “lesina” (la subbia appuntita usata dai ciabattini). L’immagine evoca quegli spilorci talmente ossessionati dal risparmio da rifiutarsi di portare le scarpe dal calzolaio, preferendo rattopparsele da soli in casa. Da questa radice è derivato anche il termine italiano lesinare.

Arràiso: questo termine definisce l’avaro sotto la lente del controllo assoluto. In origine, la voce deriva dal portoghese arrais e indica il capo, il comandante di una nave. Per estensione, l’arràiso è colui che, abituato a comandare e a esercitare un’autorità dispotica, tiene ogni cosa sotto chiave e monitora ogni minimo centesimo per il puro gusto di esercitare il proprio potere domestico.

Cacasìcco: entriamo nel repertorio delle iperboli anatomiche, dove il termine sicco (secco) assume il valore di “poco”. Questa definizione, tanto scurrile quanto efficace, descrive il sordido avaraccio descritto, in modo paradossale, come uno che lesina persino sulle quantità del materiale evacuato, terrorizzato dall’idea di cedere al mondo esterno una qualsiasi parte di ciò che possiede.

Cutecòne: letteralmente “coticone“, un termine che unisce l’avarizia alla zotichezza e all’ipocrisia melliflua. Deriva dal basso latino cutica-m (la cotenna del maiale). Il nesso semantico risiede interamente nell’untuosità: come la cotenna suina è grassa e viscida, così il comportamento del taccagno è viscido, dimesso e untuoso nel suo viscerale attaccamento al denaro.

Dalla P alla R: tra parassiti e limatori d’oro

Pedecchiùso: corrisponde all’italiano “pidocchioso”. Poggia sul latino pediculus, l’insetto non alato che striscia alla ricerca di nutrimento tra le squame epiteliali. L’avaro viene così assimilato a un parassita che si muove con fare quasi elemosinario, raschiando il fondo del barile pur di non intaccare i propri beni.

Pìrchio: è il termine generico più comune per dire spilorcio. Alcuni lo ritengono una corruzione dell’italiano tirchio (dal greco thèriakós, ferino, che protegge la sua tana). Altri preferiscono ricollegarlo al femminile perchia (dal latino percula), o allo spagnolo pelon (spelato, povero). La tesi più solida vede la nascita del maschile pirchio per metafonesi dal termine perchia.

Rosecachiuòve: letteralmente “rosicchia-chiodi”. L’immagine è duplice. Da un lato descrive lo spilorcio che, per non spendere un soldo in cibo, si adatterebbe a rosicchiare i chiodi di ferro alla ricerca di una polpa inesistente. Dall’altro, poiché a Napoli il termine chiuove (chiodi) indica storicamente il denaro metallico — in particolare le vecchie monete d’oro e d’argento, la cui testa bombata ricordava quella dei grossi chiodi —, il rosecachiuove è il taccagno che lima impercettibilmente i bordi delle monete per ricavarne polvere preziosa da rivendere. La parola unisce roseca (dal latino rosicare, frequentativo di rodere) e chiuove (dal latino clavum).

Rusechìno: anch’esso derivato dal verbo rusecà (rosicchiare), definisce l’avaro nella sua veste di piccolo strozzino, capace di consumare i beni altrui un piccolo pezzetto alla volta.

Dalla S alla T: mutilazioni monetarie e filosofi immaginari

Scarzùgno: indica chi è talmente carente della volontà di donare da accontentarsi del minimo indispensabile per sopravvivere. Deriva dall’aggettivo scarzo, che affonda le radici nel participio passato del basso latino excarpsum (carente, mancante).

Scuòrzo (o scurzòne): indica l’avaro dalla buccia dura e impenetrabile, simile al cutecone. Deriva dal latino cortex (scorza) con l’aggiunta di una “S” intensiva. Storicamente, lo scuorzo indicava la spessa crosta di sporcizia che si accumulava sul collo o sulle gambe di chi rifiutava l’igiene personale; l’accostamento alla taccagneria nasce, ancora una volta, dalla comune idea di untuosità e sordidezza.

Secaturnèse: letteralmente “sega-tornese”. Il tornese era una moneta di scarso valore (pari ad appena sei cavalli), il cui nome derivava dal latino turonensem, poiché i primi esemplari erano stati coniati nella città francese di Tours. Il secaturnese è l’avaro talmente radicale da non voler spendere nemmeno una moneta così misera per intero, preferendo idealmente “segarla” a metà, o il taccagno che lima le monete d’oro per ricavarne un esiguo tornaconto.

Sèneca: un insulto colto diventato popolare. Nel dialetto, dare del Seneca a qualcuno significa definirlo un vecchio spilorcio. Il termine deriva direttamente dal nome del filosofo Lucio Anneo Seneca, associato nell’immaginario collettivo e nella tradizione letteraria a una monumentale ricchezza accumulata con estrema avarizia.

Spèzzeca (o spèzeca): è colui che dà o spende a piccolissime dosi, quasi sbocconcellando. La grafia corretta prevede la doppia “z”, mentre la variante con una sola “z” è frutto di ipercorrettismo (quel fenomeno per cui si corregge una parola per l’erroneo timore di usare un termine dialettale, come chi dice Càvur al posto di Cavùr). Deriva dal verbo pezzecà (pizzicare) con la consueta “S” intensiva iniziale.

Stìteco: Il termine “stitico” specchia fedelmente il già citato cacasicco. Deriva dal latino stypticus (dal verbo stypo, stringo e conservo) e fotografa l’avaro che accumula ogni cosa all’interno e si rifiuta categoricamente di far venir fuori un solo centesimo.

Tirato: Descrive l’avaro che sembra avere il braccio fisicamente rattratto, contratto e paralizzato nell’atto di aprirsi per donare qualcosa. Deriva dal participio passato del basso latino tirare (sinonimo del classico trahere). Questa condizione si ritrova anche nella celebre locuzione stritto ’e pietto (insufficiente di torace): nell’immaginario napoletano, la spilorceria è una forza così cupa da rimpicciolire e contrarre persino la gabbia toracica e il fisico dell’avaro.

L’astrazione del difetto: le parole del vizio

Se l’italiano definisce il vizio della parsimonia con sostantivi astratti ben precisi — come avarizia (dal latino avaritia), spilorceria (dal termine gergale pilorcio, usato dai pellicciai per il riutilizzo dei ritagli di scarto), taccagneria (dallo spagnolo tacaño, tenace nel possesso) o pitoccheria (dal greco ptochós, mendico) —, il napoletano risponde con tre corrispettivi speculari dal sapore unico:

  • Peducchiaría: sostantivo astratto che corrisponde all’avarizia. Sebbene in ambito medico indichi il tifo petecchiale, nel parlato si collega direttamente al pidocchio (peducchio, dal latino pediculus). Il legame nasce dal fatto che il parassita è indice sia di sporcizia sia di taccagneria: l’avaro è talmente attaccato alle sue cose da tenersi stretti persino lo sporco e gli insetti sulla pelle.
  • Pirchiaría: il corrispettivo esatto della spilorceria, derivato direttamente dall’aggettivo pirchio.
  • Spezzecaría: corrisponde alla pitoccheria. In primis indicherebbe l’azione di spizzicare, ossia il mangiare a piccoli bocconi o l’assaggiare qua e là senza mai consumare un pasto intero. Per estensione semantica, la spezzecaría è diventata il comportamento di chi, pur avendo le tasche piene, sceglie di vivere miseramente come un mendicante, negando a se stesso persino il piacere di una tavola imbandita.
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