C’era una volta, nelle strade e nei cortili di Napoli, un piccolo gioiello di legno che catturava l’attenzione di grandi e piccini: lo strummolo. Non era altro che una trottolina, semplice e rustica, ma capace di regalare ore di meraviglia e di sfide tra amici; laa sua forma era quella di un cono, con una punta metallica che faceva da perno, e scanalature concentriche lungo la superficie, nelle quali si avvolgeva una cordicella pronta a imprimere il suo vortice.
Il trucco stava tutto nella mano che lanciava lo strummolo: più veloce e deciso era lo strappo della corda, più a lungo la trottola girava, roteando sul pavimento come una piccola danza; ma non tutti gli strummoli erano uguali: quelli costruiti con cura e legno selezionato duravano a lungo, mentre i modelli scadenti, scentrati e mal bilanciati, si fermavano subito, saltellando goffi e sbilenchi. In questi casi i napoletani li chiamavano ballarini o tiriteppe, un nome che già raccontava la loro inefficacia. E se a un cattivo strummolo si aggiungeva una cordicella corta, l’espressione diventava: s’è aunito ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppe, utile a descrivere situazioni in cui si sommano due sventure: un uomo incapace e sfaticato, un artigiano con attrezzi inadeguati, o uno studente svogliato di fronte a un professore inflessibile.
Lo strummolo non era solo un gioco, ma anche un modo di parlare: quando qualcuno riceveva il legno giusto per costruirlo, diceva cu chestu lignammo se fanno ‘e strummole. A seconda della situazione, il proverbio poteva significare che il compito era stato eseguito correttamente, o che il materiale fornito era inadatto, e non certo per colpa dell’artigiano.
La sfida più emozionante avveniva quando due strummoli si incontravano in battaglia: il giocatore più abile tentava di colpire e fermare quello dell’avversario, magari danneggiandolo con la punta acuminata, trasformando il gioco in un duello di abilità e precisione.
E come spesso accade con i gesti antichi, anche lo strummolo ha radici lontane: il suo nome deriva dal greco strómbos, passato in latino come strumbus, fino a giungere al napoletano strummolo, mantenendo intatta la sua identità di trottola, testimone di un tempo in cui la fantasia dei bambini trasformava un semplice pezzo di legno in magia.


