Vino, barbieri e donne: le tre illusioni del maschio partenopeo

Esistono detti popolari che fotografano alla perfezione una mentalità, un’epoca e un preciso teatro sociale. Verso la fine dell’Ottocento, nei caffè e lungo i marciapiedi di Napoli, risuonava spesso un proverbio ammiccante, arguto e spudoratamente misogino: ’O vino te fa guappo, ’o barbiere te fa bbello e ’a femmena te fa fesso! (Il vino ti rende sfrontato, il barbiere ti fa bello e la donna ti inganna!).

La logica di questa massima è tutta sbilanciata a favore del mondo maschile del tempo. Da un lato abbiamo il vino, che infonde il coraggio dell’arroganza, e il barbiere, che cura l’aspetto esteriore; dall’altro lato c’è la figura femminile, vista con cronica diffidenza e considerata un soggetto inaffidabile da cui attendersi soltanto inganni o tradimenti. Per comprendere la nascita di questo paradosso, bisogna analizzare i due pilastri “positivi” di questa trinità profana.

Il primo è il guappo, figura storica e complessa della realtà napoletana. Prima di diventare nel Novecento sinonimo di teppista o camorrista, il guappo era il bravaccio del quartiere: un uomo dall’eleganza ostentata e dall’incedere fiero, che nascondeva dietro una sfrontata tracotanza il ruolo di protettore dei deboli contro i soprusi dei potenti. Se la sua arroganza era reale, chi ne imitava solo i modi senza averne il coraggio veniva liquidato come un guappo ’e cartone.

L’etimologia di questa parola è una splendida sciarada linguistica. Molti studiosi indicano una culla iberica, derivata dallo spagnolo guapo (bello, vistoso), a sua volta mutuato dal francese gergale antico guape (teppista). Tuttavia, esiste una tesi assai più affascinante che ci riporta al latino classico vappa: la vappa era il vinello inacetito, andato a male e corrotto, e per traslato indicava il dissipatore, l’uomo buono a nulla, il cattivo soggetto. Il passaggio fonetico dalla “v” iniziale alla “g” non deve stupire: è una mutazione tipica del dialetto, la stessa che trasforma la latina vulpe-m in vorpa e poi in golpa (volpe).

Il secondo pilastro è il barbiere; nell’Ottocento, entrare in una bottega di barbiere non significava soltanto sistemarsi i capelli o radersi la barba. Fino ai primi del secolo, questi artigiani svolgevano anche le funzioni di cerusici e flebotomi, praticando piccoli interventi chirurgici, salassi e medicazioni. Erano figure centrali per la salute e il benessere del popolo, e la loro doppia natura ha dato vita a un altro celebre modo di dire: Pàrono ’o servezziale e ’o pignatiello (Sembrano il clistere e il pentolino).

Questa locuzione viene usata ancora oggi per canzonare ironicamente due amici inseparabili, che si muovono sempre insieme. L’immagine arriva proprio dai vecchi barbieri-cerusici: quando venivano chiamati a domicilio per praticare un clistere (’o servezziale, termine forgiato sul latino servitium), si presentavano alla porta reggendo con una mano lo strumento di vetro e nell’altra un pentolino (’o pignatiello) per scaldare l’acqua necessaria all’operazione. Un’accoppiata bizzarra ma indissolubile.

Se dunque il barbiere offriva salute e decoro, e il vino regalava una momentanea e fiera spavalderia, il proverbio chiudeva il cerchio ricordando all’uomo che l’illusione della perfezione maschile crollava fatalmente davanti al fascino femminile. Un monito d’altri tempi che, tra un sorso di vino e una sforbiciata, metteva in guardia il guappo di turno contro l’unico avversario che non poteva sconfiggere a colpi di sciabola: l’astuzia delle donne.

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