Nino D’Angelo, il caschetto d’oro che ha cantato Napoli

Napoli, 21 giugno del 1957. Il sole caldo si posa sulle lamiere dei bassi di San Pietro a Patierno. Lì, in una famiglia semplice e piena di dignità, nasce Gaetano D’Angelo, ma per tutti – anche quando ancora non lo sapevano -sarebbe stato semplicemente Nino. Un nome che avrebbe attraversato decenni, trasformandosi da simbolo della musica neomelodica a voce poetica di una Napoli che non ha mai smesso di gridare la propria anima.

Un caschetto biondo tra i sogni

Nino cresce tra mille difficoltà. Fa il gelataio, il garzone, canta nei matrimoni per pochi spicci. Ma quando prende il microfono, la voce sua è già promessa di qualcosa di più grande. Nel 1976 pubblica il suo primo album, A storia mia, venduto per strada, mano a mano. È un successo inatteso, genuino, popolare.

Poi arriva il cinema. Quello “di cassetta”, sì, ma anche quello che riempie i cuori. Film come Un jeans e una maglietta (1983) diventano cult, e non solo tra le mura di Napoli. È la voce di un popolo che si riconosce, che si emoziona, che piange e ride senza vergogna. Lui, col suo caschetto biondo – diventato leggenda -conquista le classifiche, i cuori delle adolescenti e pure la diffidenza dei benpensanti.

Da idolo popolare a artista consapevole

Ma Nino non si accontenta. Gli anni Novanta segnano una svolta. Cambia il look, taglia il caschetto, ma la voce resta quella, identica: carica di sentimento e verità. Comincia a scrivere canzoni più mature, intense, spesso in dialetto napoletano. Jesce sole, ‘O schiavo e ‘o rre, Senza giacca e cravatta… sono inni di una Napoli ferita, ma mai vinta.

Nel 2002, l’incredibile consacrazione: Nino D’Angelo apre il Festival di Sanremo con l’orchestra, cantando Marì. Tutti in piedi. Chi aveva sorriso di lui ora applaude con rispetto. Napoli, in quel momento, sembra sedersi sul palco con lui. “Senza giacca e cravatta”, ma con l’anima piena.

L’impegno, la dignità, la lingua madre

D’Angelo non ha mai rinnegato il dialetto, anzi, lo ha sempre considerato parte del suo DNA, come una seconda pelle. “Scrivere in napoletano significa raccontare l’anima”, dirà in molte interviste. Ha difeso la lingua, i quartieri, i deboli. Si è fatto portavoce degli ultimi, anche a costo di rimanere fuori da certi salotti.

Ha collaborato con Pino Daniele, Gigi D’Alessio, Enzo Gragnaniello; ha scritto opere teatrali, diretto film come Aitanic (1999), una parodia che è anche denuncia sociale. Eppure, nonostante i successi, è rimasto sempre con i piedi nella sua terra.

“Pecché je so’ ‘nu napulitano”

Nino D’Angelo non è solo una voce: è un pezzo di Napoli. Ha raccontato la città come pochi, tra i vicoli e i palcoscenici, tra le feste di paese e il Teatro San Carlo. È riuscito a portare la musica neomelodica — spesso derisa o considerata “di serie B” — in una dimensione colta e rispettata.

Oggi è un artista completo: cantautore, regista, attore. Ma soprattutto, è ancora Nino. Quello che canta d’amore, di rabbia, di dignità. Quello che non ha mai dimenticato da dove viene.

Perché, in fondo, come disse una volta in un’intervista:

Je so’ nato pe cantà, e Napule me ll’ha fatto capì.

Fonti

  • Intervista a Nino D’Angelo su La Repubblica, 2002

  • “Storia della canzone napoletana” – G. D’Alessio, 2010

  • “Nino D’Angelo: Il ragazzo della via Gluck di Napoli” – Documentario RAI, 2021

  • Archivio cinematografico RAI: Un jeans e una maglietta, 1983

  • nino-dangelo.com

  • wikipedia.org (foto e contenuti)
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