Napoli, 22 giugno 1822. In un angolo del cuore antico della città, sotto archi scrostati e tra le urla dei mercanti, nasce un bambino che presto avrebbe fatto ridere e piangere un intero popolo. Si chiama Antonio Petito, ma in realtà quel nome, col tempo, si sarebbe fuso con un altro, più antico, più profondo: Pulcinella.
Perché Petito non ha soltanto indossato la maschera: l’ha vissuta, l’ha respirata, l’ha reinventata. E quando saliva sul palco, con la gobba, il naso adunco, la voce roca e la mimica rapida come una rasoiata, non c’erano più attore e personaggio. C’era Napoli che rideva di se stessa per non piangere.
Figlio d’arte, padre della commedia
Petito nasce in una famiglia di teatranti. Suo padre Salvatore era un altro grande Pulcinella, e Antonio impara presto l’arte del gesto e del riso. Cresce tra i palchi polverosi e le urla del pubblico popolare, affinando un talento fuori dal comune. Ma è al Teatro San Carlino, storica sala napoletana, che Antonio diventa leggenda. Tra gli anni Quaranta e Settanta dell’Ottocento, riscrive e recita decine di farse e commedie dove Pulcinella diventa non più solo maschera, ma simbolo: dell’astuzia, della fame, della resistenza. Un “antieroe” che dice la verità senza filtri, anche se fa male.
Petito scrive moltissimo, spesso improvvisa, coinvolge il pubblico, si scaglia contro i potenti, deride i difetti del popolo senza mai essere banale. Le sue battute entrano nei vicoli, nei mercati, nelle cucine. Diventano parte della lingua viva.
Pulcinella, specchio di un popolo
Quello che Petito fa con Pulcinella è unico: lo traghetta dal passato contadino alle contraddizioni moderne. Lo fa parlare della città che cambia, della politica che inganna, delle ingiustizie quotidiane. Non è più solo la maschera da commedia dell’arte: è voce viva di Napoli.
“Pulcinella è un filosofo che non ha studiato, ma che capisce tutto”, diceva Petito.
E Napoli lo capisce, perché ride con lui delle stesse sventure. La sua comicità non è mai superficiale: è affilata, profonda, umanissima. È la risata di chi ha poco, ma non si arrende mai.
La fine in scena
Come un vero attore tragico, Petito muore come ha vissuto: sul palco. È il 24 marzo 1876, e la città intera si ferma: la maschera cade, ma il mito resta. I napoletani sanno che non vedranno mai più un Pulcinella così. Con lui si chiude un’epoca, ma si apre una leggenda.
Il suo stile influenzerà generazioni di attori, da Eduardo Scarpetta a Totò, da Eduardo De Filippo a Massimo Troisi. Tutti, in qualche modo, figli di quella maschera che Petito aveva trasformato in carne e spirito.
Un fantasma buono a San Lorenzo
Prendendo la notizia con tutti i possibili dubbi, si dice che, ancora oggi, nella zona del vecchio San Carlino, qualcuno abbia visto una sagoma curva, dal passo saltellante e col bastone in mano. Forse è solo leggenda, o forse Pulcinella non ha mai lasciato davvero il palco. E se oggi Napoli ha ancora la forza di ridere mentre stringe la cinghia, di gridare la verità anche quando fa paura, forse lo deve anche a lui, Antonio Petito, il Pulcinella che seppe trasformare il dolore in teatro e il teatro in un atto di libertà.
Fonti
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Benedetto Croce, La commedia dell’arte e Pulcinella, Laterza, 1911
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Enrico Fiore, Storia del teatro napoletano, Guida Editori, 1981
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Archivio storico del Teatro San Carlino
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Maria Grazia Profeti, Il teatro di Antonio Petito, Edizioni Scientifiche Italiane, 1992
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Interviste e testimonianze raccolte presso il Museo della Maschera di Pulcinella, Acerra

