Parte prima – Fonetica e pronuncia – 1.1 – Il sistema vocalico

Chi si avvicina per la prima volta al napoletano scritto spesso si trova disorientato: le parole sembrano incomplete, le vocali finali sembrano evaporate nel nulla e certi suoni non corrispondono a niente di familiare.
Niente panico: non si tratta di errori di ortografia o di trascrizioni approssimative fatte a orecchio. È semplicemente che il napoletano possiede un sistema vocalico profondamente diverso da quello dell’italiano standard; capirlo non è un optional, ma è la chiave di volta per leggere, scrivere e, soprattutto, pronunciare correttamente questa lingua.

La situazione si fa ancora più drammatica se guardiamo all’imbarbarimento che viaggia sui social network. Tra messaggi veloci e post improvvisati, il napoletano scritto viene spesso violentato al punto che certe parole, ridotte a una sfilza informe di consonanti, somigliano più a un codice fiscale o a una password alfanumerica che a un lemma con secoli di storia!

Per evitare questi “orrori da tastiera” e ridare dignità alla scrittura, vogliamo proporre in questo primo capitolo il sistema vocalico, la vera spina dorsale della fonetica e della pronuncia.

Le vocali toniche: quando l’accento è presente

In napoletano, come in italiano, le vocali su cui cade l’accento, dette vocali toniche, si pronunciano in modo pieno e distinto.
Il sistema è simile a quello dell’italiano standard e prevede sette suoni vocalici:

Simbolo Suono Esempio napoletano
/a/ aperta centrale càsa, màno
/e/ medio-alta anteriore (chiusa) pésce (pesce)
/ɛ/ medio-bassa anteriore (aperta) fièrro, bèllo
/i/ alta anteriore vìno, fìglio
/o/ medio-alta posteriore (chiusa) fuóco (fuoco)
/ɔ/ medio-bassa posteriore (aperta) còsa, nòtte
/u/ alta posteriore lùna, mùro

La distinzione tra vocali aperte e chiuse (/e/ vs /ɛ/, /o/ vs /ɔ/) è presente in napoletano esattamente come in italiano, ed è importante: il riportarlo in modo errato cambia il significato delle parole.

La grande protagonista: lo schwa /ə/

Il napoletano è una lingua di risparmio. Noi non diciamo mai tutta la parola, perché ci stanchiamo. La parola la cominciamo, ma non la finiamo mai!” …

Nel film “Benvenuti al Sud” c’è un momento nel quale al collega milanese (Claudio Bisio) viene spiegata la troncatura finale delle parole in lingua napoletana, soprattutto con l’intento di collegare la brevità delle parole alla calma e alla “lentezza” vitale del Sud, contrapposta alla frenesia del Nord.

Ê qui sta la differenza fondamentale tra il napoletano e l’italiano: in napoletano esiste una vocale in più, assente nell’italiano standard: la cosiddetta vocale indistinta, che i linguisti chiamano schwa (termine di origine ebraica che significa “insignificante”, “nulla”) e che nell’alfabeto fonetico internazionale si trascrive col simbolo /ə/, mentre in alternativa si può usare la dieresi (/ä/ë/ï/ö/ü ).
La vocale con due punti in cima si chiama appunto dieresi, un termine di origine greca che significa divisione; nelle lingue germaniche come il tedesco questo segno grafico prende il nome di Umlaut, mentre in contesti tipografici generali è conosciuto anche come trema.

Nella lingua italiana la dieresi serve a indicare che due vocali vicine vanno pronunciate separatamente e non come un unico dittongo; al contrario, l’Umlaut germanico indica una reale alterazione del timbro della vocale stessa. Nello studio dei dialetti e delle lingue dell’Italia meridionale, la lettera e con la dieresi viene frequentemente utilizzata nella scrittura comune per rappresentare la vocale indistinta, nota come schwa, offrendo un’alternativa più accessibile rispetto al simbolo fonetico internazionale.

Lo schwa occupa il centro esatto del trapezio vocalico, quella posizione in cui la bocca non fa nulla di particolare, né si chiude né si apre, né si porta avanti né indietro; è il suono di chi prende tempo, di chi esita: “əəəə”; in francese lo ritroviamo nella e muet di parole come petit.

In napoletano, lo schwa si produce per una legge fonetica precisa: tutte le vocali che seguono la vocale tonica (accentata) si neutralizzano in schwa.
Questo vale in particolare per le vocali finali di parola (le -e, -o, -a, -i) che nell’italiano standard si pronunciano distintamente, ma in napoletano confluiscono tutte nello stesso suono indistinto.

Esempi pratici

Italiano Napoletano scritto Pronuncia
Napoli Napule Napulə
Finire Fernì Fərnì
Scrivere Scrivere Scrivə
Paura Paura Paurə

Come si scrive lo schwa?

Qui sorge un problema pratico per chi scrive in napoletano: la lingua non ha un’accademia ufficiale che ne stabilisca le norme grafiche, e lo schwa ha generato da secoli vivaci discussioni tra scrittori e linguisti.

La grafia letteraria tradizionale, quella dei classici napoletani da Basile a Di Giacomo, ha scelto di non rappresentare graficamente lo schwa, preferendo restituire le vocali etimologiche originali: quindi si scrive ‘ncuollo, ca paura, scrivere, anche se nella pronuncia reale si legge ‘ncuollə, cə paurə, scrivərə.

Oggi alcuni linguisti propongono di scrivere lo schwa con il simbolo ə anche nei testi correnti, per una rappresentazione più fedele alla pronuncia, anche se non esiste una soluzione universalmente accettata, come non esistono grafie “giuste” o “sbagliate” in senso assoluto, ma grafie più o meno motivate storicamente e scientificamente.

Una terza via indica la vocale muta all’interno o alla fine della parola frase, ma elevandola con l’apice o il pendice (es. guaglione → guaglione).

La raccomandazione più equilibrata è quella di seguire la grafia letteraria tradizionale per mantenere continuità con la grande letteratura napoletana dei secoli passati ed evitare di dimenticare di scrivere sempre la parola finale.

La metafonia

La metafonia: quando la vocale cambia tutto

In napoletano, la vocale finale di una parola non è mai un dettaglio trascurabile: “trascina” con sé la vocale accentata e la modifica. Il risultato è che la stessa parola suona diversa al maschile e al femminile, o al singolare e al plurale. Questo fenomeno si chiama metafonia, ed è uno dei meccanismi centrali della lingua napoletana,  regolare, prevedibile, e completamente assente nell’italiano standard.

Come funziona

La regola di base è semplice:

  • la -o finale (maschile singolare) innalza la vocale tonica: /ɛ/ diventa /e/, /ɔ/ diventa /o/
  • la -a finale (femminile singolare) non provoca alcuna modifica
  • la -e finale (plurale) lascia la vocale tonica aperta o invariata

Genere: qualche esempio

Forma Pronuncia Significato
Niro /ˈnirə/ nero (maschile)
Nera /ˈnɛrə/ nera (femminile)
Viecchio /ˈvjɛkkjə/ vecchio (maschile)
Vecchia /ˈvekkjə/ vecchia (femminile)
Buono /ˈbwonə/ buono (maschile)
Buona /ˈbɔnə/ buona (femminile)
Guaglione /gwaʎˈʎonə/ ragazzo (singolare)
Sicco /ˈsikkə/ secco (maschile)
Secca /ˈsekkə/ secca (femminile)

Numero: il plurale cambia la vocale

La metafonia non riguarda solo il genere; in molti sostantivi è proprio il cambiamento della vocale tonica a segnalare il plurale, senza aggiungere sillabe né cambiare la desinenza:

Singolare Plurale Significato
Guaglione /gwaʎˈʎonə/ Guagliune /gwaʎˈʎunə/ ragazzo → ragazzi
Piede /ˈperə/ piere /ˈpjerə/ piede → piedi
Friddo /ˈfriddə/ fridde /ˈfriddə/ freddo → freddi
Tiempo /ˈtjɛmpə/ tiempe /ˈtjempə/ tempo → tempi
Uocchio /ˈwɔkkjə/ uocchie /ˈwokkjə/ occhio → occhi

Perché l’italiano non funziona così

Nel corso dei secoli, l’italiano ha semplificato e livellato le sue vocali finali, perdendo le distinzioni che il latino volgare portava nelle desinenze; il napoletano, invece, le ha conservate, mantenendo un sistema vocalico più ricco e più fedele alle origini latine; il risultato è un sistema più complesso e più conservativo di quello italiano: non un dialetto impoverito, ma una lingua con una grammatica propria e articolata!

Un sistema, non un’anomalia

La metafonia non è una irregolarità da imparare a memoria caso per caso: è una regola precisa e costante; una volta capito il meccanismo, il parlante può prevedere con sicurezza come si comporterà la vocale tonica di qualsiasi parola. È, in fondo, uno degli esempi più eleganti di come il napoletano segua logiche proprie, diverse dall’italiano, ma non meno rigorose.

Per ora è tutto!
Appuntamento al prossimo argomento, dove parleremo del sistema consonantico.

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