Capita a tutti noi, prima o poi, di attraversare una di quelle giornate in cui ogni movimento sembra costare il doppio della fatica. Ci svegliamo con le braccia pesanti, il passo incerto e una vaga sensazione di sconforto che ci spinge a camminare quasi a testa china. In italiano abbiamo un termine incredibilmente calzante per descrivere questo stato d’animo: diciamo semplicemente che ci sentiamo abbacchiati.
Sullo stesso binario della nostra lingua, tuttavia, viaggia un’altra parola del tutto quotidiana che apparentemente non ha nulla a che fare con la malinconia o con la stanchezza dell’anima: si tratta dell’abbacchio, il celebre agnellino da latte che da generazioni domina le tavole e la tradizione culinaria romanesca. Viene da chiedersi come sia possibile che una sensazione così intima e un piatto tipico condividano la medesima carne etimologica, ma la verità è che entrambe le storie affondano le proprie radici nel medesimo scenario di vita contadina dell’antica Roma.
Per comprendere questo legame dobbiamo fare un piccolo salto indietro nel tempo ed immaginarci la vita nei campi, dove tutto ruotava intorno a gesti semplici e strumenti essenziali. Al centro di questo mondo c’era il bacŭlum, che in latino non era altro che il comune bastone di legno.
Da questo singolo oggetto la lingua antica ha preso due direzioni differenti ma ugualmente ingegnose. Per i contadini impegnati nella raccolta delle olive, delle noci o delle ghiande, il bastone era lo strumento con cui si percuotevano i rami più alti per far cadere i frutti a terra, un’azione quotidiana che nel latino volgare venne chiamata *abbaculare. Con il passare dei secoli, questa immagine concreta di percosse si è trasformata in una metafora perfetta per la vita umana; quando le difficoltà ci colpiscono duro e ci lasciano stanchi o demoralizzati, la lingua italiana ricorda ancora quel gesto antico e ci descrive come persone che sono state simbolicamente “bastonate” dagli eventi, lasciandoci per l’appunto abbacchiati.
Poco distante dai campi coltivati, lungo le vie del pascolo, i pastori romani si trovavano invece a gestire un problema del tutto pratico: bisognava evitare che gli agnellini più piccoli, non ancora svezzati, si smarrissero nei prati mentre la madre andava al pascolo. La soluzione consisteva semplicemente nel conficcare un solido bastone nel terreno e legarvi il piccolo animale; quella situazione di attesa ad bacŭlum, vale a dire “vicino al bastone”, finì per identificare l’animale stesso nel parlante comune, fino a trasformarsi nel dialetto romanesco nell’abbacchio che conosciamo oggi.
C’è un momento preciso in cui queste due storie parallele tornano a toccarsi e ad alimentarsi a vicenda nel nostro modo di parlare; nel sentire comune, l’immagine di quel piccolo agnello legato al suo paletto, indifeso e rassegnato a un destino che non può controllare, è andata a rinforzare il significato emotivo del sentirsi abbacchiati. Alla fine, quando usiamo questa parola, stiamo ammettendo di sentirci proprio come quel piccolo animale: temporaneamente privi di energie, un po’ disarmati e in attesa che la giornata prenda una piega migliore.


