Introduzione  – Perché questo compendio?

Il napoletano è un patrimonio culturale di inestimabile valore: parlato da milioni di persone, forte di una letteratura secolare e di una tradizione musicale conosciuta in ogni angolo del pianeta, possiede una grammatica propria, coerente e rigorosa. Eppure, nel panorama editoriale e divulgativo, si avverte ancora la mancanza di uno strumento che ne descriva il funzionamento in modo chiaro, accessibile e scientificamente onesto.

Questo compendio nasce da una convinzione tanto semplice quanto profonda: il napoletano merita di essere studiato, conosciuto e tramandato; non come una curiosità folkloristica da sfoderare all’occorrenza, né come un nostalgico e polveroso omaggio al passato, ma come un sistema linguistico vivo, in continua evoluzione, perfettamente capace di esprimere le sfumature più sottili del pensiero e del sentimento umano.

Nelle pagine che seguono non si prende posizione nel dibattito politico sul riconoscimento ufficiale dell’idioma, ma si sceglie, invece, di adottare una ferrea posizione scientifica; il napoletano viene trattato come un sistema linguistico del tutto autonomo, dotato di una propria fonologia, di una propria morfologia, di una sintassi complessa e di un ricchissimo lessico; non lo si consideri una variante o una corruzione dell’italiano, bensì una varietà romanza indipendente che merita una descrizione e uno studio strutturato.

La domanda che divide: lingua o dialetto?

Chiunque osi pronunciare la parola “dialetto” in riferimento al napoletano sa bene di poter scatenare accesi dibattiti; la domanda che si rincorre da generazioni, ovvero se il napoletano sia una lingua o un dialetto, non ammette risposte sbrigative, meritando di essere affrontata con onestà intellettuale, lontana sia dai particolarismi regionali sia da ingiustificati intenti di svalutazione.

Per fare chiarezza è necessario anzitutto definire i termini storici e linguistici.
Lo Zingarelli definisce il dialetto come “lingua speciale di paese, regione o città rispetto alla lingua comune“, mentre il dizionario Rizzoli-Larousse precisa che si tratta di “una lingua che ha subito un’evoluzione in uno spazio limitato“. In entrambi i casi, la parola chiave che emerge è proprio “lingua”; definire un idioma come dialetto non significa affatto sminuirlo: i dialetti sono sistemi linguistici autonomi, derivati in gran parte dal latino, dotati di proprie leggi fonetiche, morfologiche e sintattiche, esattamente come l’italiano, il francese o lo spagnolo.

Il professor Nicola De Blasi, docente di Linguistica Italiana presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, si è espresso chiaramente su questo punto, ricordando che un’altra convinzione errata poggia sulla percezione che i dialetti siano una deformazione della lingua nazionale, ma non è così: i dialetti sono sistemi linguistici che derivano autonomamente dal latino o da altre lingue e, attraverso una serie di modificazioni storiche, giungono alle loro forme contemporanee (per avere un’idea chiara, basta consultare il nostro ricco dizionario etimologico).

La classificazione internazionale ISO 639-3 assegna al napoletano il codice specifico nap, identificandolo sotto l’etichetta di “napoletano-calabrese”; questa codifica unisce un insieme di varietà linguistiche affini parlate in Campania, Basilicata, gran parte dell’Abruzzo, Molise, Puglia (con l’esclusione del Salento), Calabria settentrionale, Marche meridionali e Lazio meridionale. Secondo gli standard internazionali, queste parlate condividono un numero tale di caratteristiche strutturali da poter essere considerate espressione di un’unica area linguistica.

Rimane memorabile la celebre e provocatoria battuta del linguista russo Max Weinreich, secondo cui “una lingua non è altro che un dialetto con un esercito e una marina”; questa riflessione svela una verità complessa: la linea di demarcazione tra lingua e dialetto non è quasi mai di natura puramente linguistica, bensì politica, storica e istituzionale. Anche l’inserimento del napoletano nell’Atlante delle lingue in pericolo dell’UNESCO viene spesso frainteso: non si tratta di un riconoscimento formale dello status di “lingua ufficiale”, ma di un censimento scientifico volto a mappare le varietà linguistiche vulnerabili che rischiano di scomparire.

La sintesi più equilibrata resta quella offerta dalla linguistica contemporanea; ciò che si parla a Napoli e nei territori circostanti è tecnicamente un dialetto se rapportato alla lingua nazionale di riferimento, ma il gruppo linguistico più ampio che esso rappresenta possiede tutte le caratteristiche storiche, letterarie e strutturali per essere considerato, a pieno titolo, una vera e propria lingua.

La storia politica della marginalizzazione: dal Regno alle trincee del Carso

Il processo che ha portato alla svalutazione del napoletano affonda le radici in dinamiche storiche e politiche ben precise. Prima dell’Unità d’Italia, avvenuta nel 1861, il napoletano era la lingua della corte del Regno delle Due Sicilie e vantava una letteratura estremamente raffinata e trovava spazio nei contesti ufficiali dell’amministrazione. Con l’unificazione politica della penisola e la conseguente scelta del toscano letterario come base dell’italiano nazionale, le parlate regionali vennero progressivamente relegate a varietà “basse”, associate nel discorso pubblico all’analfabetismo, alla mancanza di istruzione e all’arretratezza sociale.

Questa operazione non si esaurì nella sfera glottologica, fu il tassello di un più ampio progetto di costruzione dell’identità nazionale, il quale richiedeva l’imposizione di una lingua unica e di una narrazione storica centralizzata; il napoletano pagò il prezzo di questa centralizzazione culturale insieme al siciliano, al veneto, al piemontese e a molte altre ricche varietà della penisola.

L’ipocrisia di questa imposizione emerse in tutta la sua drammaticità durante il primo conflitto mondiale, tra il 1915 e il 1918. Nelle trincee del fronte settentrionale, migliaia di giovani fanti meridionali si ritrovarono proiettati a difendere confini a loro estranei; molti di questi ragazzi parlavano esclusivamente il napoletano o le sue varianti regionali; non comprendendo gli ordini impartiti in lingua italiana dagli ufficiali, finivano per muoversi a tentoni, pagando spesso con la vita il prezzo di quel gigantesco e tragico malinteso linguistico.
La patria, celebrata nella retorica bellica della celebre Leggenda del Piave di E.A. Mario, rimaneva per loro una terra straniera anche nei suoni: se vi fossero stati ufficiali in grado di tradurre tempestivamente i comandi nell’idioma partenopeo, molte perdite si sarebbero potute evitare.

In questo quadro si rivela debole la tesi di quegli storici della lingua che sostengono che Napoli, pur essendo stata per secoli la capitale indiscussa del Regno, non sia mai riuscita a esercitare un influsso linguistico reale sulle altre province del Mezzogiorno. Al contrario, un’indagine filologica approfondita condotta nei territori di Abruzzo, Basilicata, Puglia, Molise e Calabria rivela ancora oggi un fitto reticolo di voci, costrutti e strutture sintattiche mutuati direttamente dal modello napoletano; certe posizioni eccessivamente prudenti del mondo universitario sembrano quasi voler ridimensionare la portata di questa eredità nel timore di apparire provinciali dinanzi ai salotti accademici nazionali.

Le radici profonde: dal greco al volgare

Il napoletano è un idioma romanzo, discendente diretto del latino, ma la sua stratificazione culturale si spinge ancora più indietro nel tempo. Napoli, fondata dai coloni greci come Neàpolis, mantenne l’antico idioma ellenico come lingua principale per un periodo straordinariamente lungo, persino durante l’epoca romana; nel corso dell’alto Medioevo e sotto l’influenza bizantina, greco e latino convissero a lungo nel tessuto urbano; le tracce di questo bilinguismo storico sono ancora chiaramente visibili nel lessico quotidiano: espressioni come cannèla a uòglio (lampada a olio), càccavo (pentola) e strùmmolo (trottola) derivano in linea retta dal greco medievale.

Con la progressiva latinizzazione e le successive vicende storiche legate alle dominazioni normanna, sveva, angioina, aragonese e spagnola, la lingua ha continuato ad arricchirsi; dal francese antico dei sovrani angioini è giunto, ad esempio, il termine guagliòne (dal francese dialettale vaingnu, che indicava l’aiutante nei campi), oltre alla stessa parola pastièra; la successiva e lunga presenza spagnola ha poi lasciato una quantità imponente di vocaboli che tuttora formano l’ossatura del parlato ( e che potete verificare nel nostro Dizionario Etimologico).

Le prime testimonianze scritte del volgare in area campana risalgono al 960 d.C. con il celebre Placito di Capua; sebbene la storiografia letteraria italiana lo consideri l’atto di nascita della lingua nazionale, uno sguardo filologico più attento ne rivela la natura di fedele trascrizione del volgare campano-pugliese dell’epoca.
A questa pietra miliare seguirono, all’inizio del Trecento, la volgarizzazione della Storia della distruzione di Troia (Historia destructionis Troiae) di Guido delle Colonne e, ancor prima, i Diurnali attribuiti a Matteo Spinelli di Giovinazzo, una cronaca che giunge fino al 1268 e che rappresenta uno dei primi esempi di prosa volgare della penisola.

Già nel XIV secolo, un giovane Giovanni Boccaccio, durante il suo soggiorno napoletano, scelse di scrivere una lettera in volgare partenopeo all’amico Franceschino de’ Bardi. In questa Epistola napoletana del 1339 si riscontrano già tratti fonetici e morfologici moderni, come i dittonghi in –uo e –ie (juorno, tiempo), l’uso del dimostrativo chillo e termini come masculo, pate e figliare.

La vera e propria età dell’oro della letteratura napoletana si affermò nel Seicento grazie alle opere di Giulio Cesare Cortese e, soprattutto, di Giambattista Basile. Il suo Lo cunto de li cunti rappresenta la prima grande raccolta organica di fiabe della letteratura europea. Tradotto in italiano da Benedetto Croce, questo capolavoro ha donato alla cultura universale archetipi immortali como Cenerentola, la Bella Addormentata nel Bosco e il Gatto con gli Stivali.

Se ci si sposta al di fuori dei confini italiani, si nota immediatamente quanto sia arbitraria la svalutazione culturale delle lingue regionali della nostra penisola. In Europa esistono idiomi con un numero di parlanti analogo o inferiore a quello del napoletano che godono di tutele istituzionali e piena ufficialità.

Idioma Parlanti stimati Status istituzionale
Catalano Circa 10 milioni Lingua co-ufficiale in Spagna
Gallese Circa 900.000 Lingua co-ufficiale nel Regno Unito
Basco Circa 750.000 Tutela e inserimento nei programmi scolastici
Napoletano Tra i 5 e i 7 milioni Riconosciuto da ISO e UNESCO, privo di tutele statali

Il napoletano conta una vasta comunità di parlanti abituali a cui si somma l’immenso bacino della diaspora legata ai flussi migratori che tra la fine dell’Ottocento e il Novecento hanno attraversato le Americhe.

L’impronta castigliana: le cinque strutture della contaminazione

Mentre molte dominazioni si sono limitate a scalfire la superficie del lessico lasciando parole isolate, il contatto prolungato con il mondo iberico ha scavato molto più a fondo; tra l’epoca aragonese e il lungo vicereame castigliano (1442–1707) si è verificata una profonda osmosi; se l’atto di nascita politico dell’idioma scritto può essere individuato nel 1442, anno in cui Alfonso V d’Aragona decretò la sostituzione del latino con il volgare negli atti di corte a Napoli, l’influenza spagnola andò ben oltre la burocrazia, imprimendo nella parlata partenopea almeno cinque nitide strutture grammaticali e sintattiche.

La prima traccia evidente risiede nell’uso del verbo stare in sostituzione di essere per esprimere forme progressive o stati transitori. Esattamente come nell’iberico están hablando, il napoletano costruisce il suo presente continuo ruotando attorno a costrutti come sto dicenno o stanno durmenno. La sovrapposizione diventa ancora più netta laddove lo spagnolo distingue la permanenza di ser dalla transitorietà di estar (es. mi hijo está cansado). Il napoletano si comporta allo stesso modo, abbandonando il verbo essere per abbracciare lo stare in espressioni come sta ‘ncazzato, nun stongo bbuono o tu nun staje magnanno.

Il secondo pilastro di questa convergenza linguistica si ritrova nell’adozione del verbo tenere in luogo di avere con valore assoluto, ovvero ogni volta che il verbo non funga da ausiliare, ma regga un complemento oggetto; chiunque dica tengo suonno, tengo famma o nun tengo tiempo ‘a perdere ricalca la medesima struttura sintattica castigliana di tengo sueño o no tenemos dinero.

A questa si affianca una terza e rilevante analogia: l’uso della preposizione a come segnacaso per il complemento oggetto rappresentato da esseri animati. Si tratta di un fenomeno tipico dell’area ibero-romanza che nella parlata napoletana si impone come regola fissa in formule come aggio visto a fràteto, aggio salutato a Pascale o nel diffusissimo imperativo capisce a mme!. Sebbene nel Seicento Giambattista Basile rinunciasse talvolta a questo costrutto, ciò avveniva per l’influenza della lingua letteraria toscana che premeva sulle corti, ma l’uso popolare non ha mai abbandonato questa radice.

Le ultime due tracce completano un quadro di assimilazione profonda:

  • La ripetizione pronominale nel complemento di compagnia: il cum latino posposto si è modellato sulla tipologia iberica, trasformando il concetto nei pronomi sintetici cu mmico e cu ttico, costruiti sulla stessa falsariga degli spagnoli conmigo e contigo.
  • L’oscillazione degli ausiliari con i verbi intransitivi di movimento: nei tempi composti, il napoletano permette l’alternanza tra il verbo essere e il verbo avere; accanto alla forma di matrice latina e italiana, si riscontrano strutture che ereditano l’esclusivismo del verbo haber spagnolo, permettendo la coesistenza di espressioni come i’ so’ gghjuto e i’ aggio juto.

Questa fluidità sintattica dimostra quanto l’idioma napoletano sia stato capace di assorbire l’essenza strutturale dei suoi conquistatori, piegandola alla propria melodia e alla propria fonetica.


Rivendicazione finale: il diritto all’insegnamento

Alla luce di questa evoluzione, sorge spontaneo chiedersi come sia stato possibile che un idioma così antico, strutturato e diffuso non sia diventato la lingua ufficiale della nazione, lasciandosi sopravanzare dal dialetto di una circoscritta area toscana; come già osservato dall’illuminista Ferdinando Galiani nel Settecento, il fiorentino non si impose per una presunta superiorità estetica, ma per precise e concrete ragioni commerciali e politiche; fu la spinta economica di mercanti, letterati e banchieri toscani a far sì che quella parlata venisse adottata come lingua degli scambi in tutta la penisola.

Il declino politico del Meridione e la perdita dell’indipendenza statale fecero il resto, relegando il napoletano agli scritti d’intrattenimento o bollandolo ingiustamente come linguaggio comico, nonostante la sua nobilitazione da parte di autori come Cortese, Basile, Capasso e Sarnelli; l’avvento della monarchia sabauda e la centralizzazione linguistica operata dal fascismo eressero poi un muro definitivo.

L’italiano moderno, in fondo, non è altro che un dialetto che è riuscito a fare carriera; alla sua base si colloca il fiorentino letterario del Trecento il quale, tuttavia, si sviluppò assimilando le intuizioni della Scuola siciliana di Giacomo da Lentini e i modelli classici latini. Non vi è alcuna superiorità genetica nell’italiano rispetto al napoletano, eppure, ancora oggi, i programmi scolastici impongono giustamente lo studio dei grandi classici toscani o lombardi, ignorando l’immensa produzione artistica nata all’ombra del Vesuvio.

Per fare definitiva chiarezza, è giunto il momento di utilizzare il termine più corretto: il napoletano non è una lingua nel senso istituzionale moderno, poiché non è lo strumento ufficiale di una nazione, ma non è nemmeno un semplice dialetto nell’accezione subalterna e svalutativa che il sentire comune attribuisce a questa parola.
Il napoletano è un idioma autonomo, ricchissimo di storia e dignità strutturale e questo patrimonio vivente va difeso con rigore contro l’oblio e l’omologazione culturale.
Si tratta di un organismo linguistico autosufficiente che merita di essere sottratto alla marginalità; la vera svolta culturale avverrà quando si deciderà di inserire lo studio scientifico dell’idioma partenopeo nei programmi delle scuole del Meridione. Questo insegnamento non dovrà essere delegato a divulgatori improvvisati o a operazioni puramente folkloristiche, ma dovrà essere affidato a studiosi preparati, capaci di restituire alle nuove generazioni la piena consapevolezza delle proprie radici linguistiche.
Solo restituendo la dignità della cattedra a questa parlata millenaria si potrà preservare l’anima autentica di un popolo che ha scelto di non farsi relegare ai margini dalla storia.

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