Erasmo di Bartolo, il “Filippino”: musica, fede e peste nella Napoli del Seicento

C’è un silenzio particolare, nelle navate della Chiesa dell’Oratorio dei Filippini a Napoli; un silenzio che sembra parlare di musica antica, di cori dimenticati, di penombre e incensi, di suoni che nascono per elevarsi, non per compiacere. Se si ascolta con attenzione, si potrebbe ancora percepire l’eco della voce di un uomo, Padre Raimo, o come lo chiamavano i suoi contemporanei, Erasmo di Bartolo Filippino.

Nato il 1º luglio 1606 a Gaeta, Erasmo crebbe in un’epoca in cui la musica sacra era parte viva della liturgia e della formazione culturale. Ben presto si trasferì a Napoli, allora una delle capitali artistiche d’Europa, e vi legò la sua esistenza — come compositore, insegnante e sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri, i cosiddetti “filippini”, da cui il soprannome “Filippino”.

Tra i Turchini e l’Oratorio

A Napoli, Erasmo entrò nella cerchia dei conservatori musicali, istituzioni che all’epoca non erano ancora scuole pubbliche, ma vere e proprie accademie legate a congregazioni religiose o enti caritatevoli; fu attivo nel Conservatorio della Pietà dei Turchini, luogo che formò generazioni di maestri napoletani, e dove lui stesso insegnò a giovani musicisti destinati a brillare, come Giovanni Salvatore, a sua volta organista e compositore influente del barocco.
Non era un musicista da salotti né da corte, ma un servitore della musica liturgica, che considerava parte integrante della spiritualità. I suoi mottetti per le Quarantore, i vespri solenni, e in particolare la Messa per San Filippo Neri a quattro voci con strumenti, rivelano una scrittura densa, ispirata, di chi conosceva profondamente la scuola palestriniana ma non disdegnava le nuove aperture armoniche.

Un’eredità silenziosa

Erasmo di Bartolo non lasciò una vasta opera stampata, come molti compositori della sua epoca. Eppure la sua musica continuò a essere eseguita per decenni, anche dopo la sua morte. Giovanni Battista Pergolesi, secondo alcune fonti, ascoltò ancora le composizioni del Filippino nella Chiesa dei Filippini nel Settecento, e ne restò influenzato.
Questa è forse la più bella delle eredità: una musica che non passa per le vetrine della fama, ma che resta viva nel suono e nella liturgia. Il suo nome, come quello di tanti artisti religiosi, non fu scolpito nel marmo delle grandi cronache, ma nella voce collettiva delle comunità che continuarono a cantare le sue messe e i suoi salmi.

La peste e il silenzio

Nel 1656, Napoli fu travolta da una delle peggiori ondate di peste della sua storia, che decimò la popolazione e spense la voce di molti artisti, religiosi, medici e maestri, Erasmo fu tra loro. Morì il 12 settembre 1656, lasciando incompiuto un cammino musicale e spirituale che aveva già segnato un’epoca.

Si spense così in silenzio, come visse. Eppure la sua musica riemerge ancora, grazie a registrazioni moderne e alla riscoperta dei repertori antichi.
Nel 1993, alcune sue opere — tra cui un Salmo per Vespro Solenne del 1632 — sono state incise nel progetto “Napoli 1632” dall’etichetta Symphonia (91S04), accanto a quelle di altri maestri coevi come Giovan Maria Sabino e Majello.

Fonti

  • Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani: [voce su Erasmo di Bartolo (Filippino)]

  • Symphonia 91S04 – Napoli 1632, Salmi e musiche sacre con G.M. Sabino, Majello, Bartoli

  • Archivio storico della Pietà dei Turchini, Napoli

  • Wikipedia.org

  • Testimonianze raccolte nel progetto “Napoli Barocca”, Conservatorio San Pietro a Majella

  • Immagine: pixabay.com
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