Italsider, il respiro d’acciaio di Bagnoli

C’era una volta una spiaggia a ovest di Napoli, a Bagnoli, sotto il promontorio di Posillipo davanti alle isole del golfo. Le acque erano limpide, i bambini correvano tra le dune, i pescatori rientravano con le reti gonfie di pesce.
Poi arrivò il ferro.

La nascita dell’Ilva

Nel 1905, la società Ilva (ora Acciaierie d’Italia) avviò la costruzione di un impianto siderurgico su una superficie inizialmente di 120 ettari; lo stabilimento fu inaugurato ufficialmente il 19 giugno 1910, anche se già dal 1909 erano iniziati i primi lavori produttivi.
Negli anni successivi, l’area occupata dallo stabilimento aumentò significativamente, raggiungendo nel 1977 un’estensione di circa 2 km². In questo periodo, l’impianto impiegava direttamente circa 8.000 dipendenti.
Bagnoli si trasformò rapidamente: migliaia di operai, uomini e donne, trovarono lavoro tra forni, laminatoi e altiforni; le famiglie vivevano nelle case operaie costruite attorno all’impianto, tra Bagnoli e Cavalleggeri d’Aosta, contribuendo all’indotto e creando un quartiere dove il lavoro siderurgico scandiva il ritmo della vita quotidiana.

L’Italsider e il boom industriale

Negli anni Sessanta, l’Ilva divenne Italsider, entrando a far parte del gruppo Finsider: lo stabilimento di Bagnoli divenne uno dei principali centri di produzione dell’acciaio in Italia.
Gli anni Sessanta e Settanta furono quelli del massimo splendore: oltre 8.000 addetti, produzione di ghisa e acciaio, rotaie, profilati e semilavorati; il Pontile Nord, inaugurato nel 1962, consentiva lo scarico diretto delle navi cariche di minerale e divenne simbolo dell’industria portuale integrata con lo stabilimento.
La vita del quartiere ruotava attorno all’acciaieria: le sirene degli impianti scandivano i turni di lavoro; il clangore dei forni e dei laminatoi segnava il tempo, Bagnoli respirava al ritmo del ferro e del fuoco.

La crisi e la chiusura

Negli anni Settanta, la crisi del settore siderurgico iniziò a farsi sentire anche a Bagnoli; la crisi energetica del 1973, le normative ambientali sempre più stringenti e la concorrenza nazionale e internazionale provocarono un calo progressivo della produzione.
L’impianto, non più competitivo e troppo inquinante, iniziò a perdere colpi.

Nel 1990 l’ultimo altoforno fu spento, segnando simbolicamente la fine di un’era; la chiusura definitiva avvenne nel 1992, e nel 1993 fu avviato il processo di smantellamento e bonifica dell’area. Molti impianti furono smontati o venduti all’estero, lasciando torri arrugginite e scheletri industriali che ancora oggi raccontano la storia di quel periodo.

La riconversione: la Città della Scienza

Negli anni successivi alla chiusura, l’area dell’ex Italsider fu oggetto di un progetto di riconversione urbana.
Nel 1996 nacque la Città della Scienza, grazie a un accordo tra Ministero del Bilancio, Regione Campania, Provincia di Napoli, Comune di Napoli e Fondazione IDIS: l’obiettivo era trasformare un’area industriale dismessa in un polo culturale e scientifico, con musei interattivi, laboratori e centri di divulgazione scientifica.
Lo Science Centre andò distrutto in un incendio il 4 marzo 2013, ma fu riaperto già il mese successivo con mostre in alcuni spazi del complesso.

Alcuni progetti di riqualificazione, come il Parco dello Sport, subirono ritardi o interruzioni, e solo recentemente, nel 2023, sono ripartiti i lavori per bonificare e ristrutturare spazi pubblici, parcheggi, laghetti e campi sportivi.

Anche il presidente della SSC Napoli, Aurelio De Laurentiis,  ebbe idea di costruire lo stadio in quell’area, ma l’idea si dimostrò di difficile realizzazione e fu accantonata.

Bagnoli oggi

Oggi Bagnoli vive tra memoria e futuro: restano i resti degli impianti, come il Pontile Nord e le torri arrugginite, simboli tangibili della sua storia industriale; la Città della Scienza rappresenta un esempio di riconversione positiva, ma gran parte del quartiere è ancora in attesa di un recupero completo.

Bagnoli custodisce la memoria di generazioni che hanno lavorato tra fuoco e ferro, di famiglie che hanno vissuto il boom industriale e la successiva crisi, e di una città intera che ha imparato a convivere con la sfida della riconversione urbana.
Qui, il mare e il ferro si sono incontrati, e la loro storia continua a parlare attraverso le rovine industriali e i nuovi progetti che provano a restituire vita a questo quartiere unico di Napoli.

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