Giuseppe Anatrelli: dal palcoscenico napoletano al geometra Calboni

Napoli, la città dei vicoli animati, delle botteghe, dei cori improvvisati: è qui che, il 3 gennaio 1925, nacque Giuseppe Anatrelli; fin dalla giovinezza si formò nella scena napoletana della rivista e della filodrammatica, prendendo parte alle “burlette” e alle sceneggiate vernacolari, forma popolare e viva di teatro che respirava dell’anima della città.
Il suo talento lo condusse presto a un livello più alto: dal 1946 al 1954 fu parte integrante della compagnia di Eduardo De Filippo, contribuendo con dedizione alle commedie che segnavano l’identità teatrale partenopea. 
In quell’ambiente, Anatrelli si fece interprete di ruoli brillanti, caratteristi, spalla e anche protagonista: la sua voce, il suo corpo scenico, il suo sguardo sapevano restituire la verità comica e insieme umana del teatro napoletano.
Passato al cinema e alla televisione, l’attore dialogò con più registri: dalla leggerezza della commedia alla durezza del ritratto socio-culturale, fino al cabaret cinematografico, ma la sua popolarità esplose davvero con il ruolo del “geometra Luciano Calboni” nella saga cinematografica di Fantozzi (1975), Il secondo tragico Fantozzi (1976) e Fantozzi contro tutti (1980): in quei film Anatrelli incarnò un personaggio che combinava meschinità, ambizione, comicità grottesc, una maschera che divenne iconica, contribuendo a definire un pezzo della cultura pop italiana. 
Eppure, dietro quell’icona permase sempre l’origine: l’attore napoletano che aveva respirato la scena vera, il palcoscenico vivo, le risate del pubblico della bottega, i cori nei vicoli; questa radice lo rese autentico, capace di passare dal dialetto alla grande commedia, dalla gag cinematografica alla battuta teatrale, con la stessa naturalezza.
Tragicamente, il suo percorso si interruppe prematuramente: morì a Napoli nella notte del 29 novembre 1981, all’età di 56 anni; i colleghi, gli spettatori, la scena, tutti persero una voce che ancora parlava di Napoli e della comicità, ma anche della fragilità umana.

Nel ricordo di Giuseppe Anatrelli troviamo una lezione: quella di un artista che ha portato la profondità della sua città sulla scena nazionale, che ha trasformato la risata in narrazione e ha saputo far ridere e pensare. Il suo Calboni non è solo un personaggio: è un frammento di specchio in cui vediamo lo specchio di una Napoli che ride, lavora, s’illude e sogna. Ecco perché vale la pena riscoprirlo.

Fonti

  • “Giuseppe Anatrelli” – Wikipedia. Wikipedia+1

  • Massimo Colella, “Giuseppe Anatrelli” – Centro Studi Teatro. Centro Studi Teatro

  • Luca Scialò, “Giuseppe Anatrelli, la triste storia del Geometra Calboni” – lucascialo.it. Le voci di dentro

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