La storia di Florinda Romano in De Santis (17 gennaio 1899 – 31 maggio 1969) è una di quelle vicende napoletane dove la povertà più estrema si trasforma in una ricchezza spirituale capace di sollevare interi quartieri. Nata il 17 gennaio 1899 nel cuore del borgo di Sant’Antonio Abate, Flora crebbe in una famiglia modestissima, conoscendo precocemente il peso del lutto e della sofferenza.
Questi primi anni nel “Buvero” forgiarono in lei quella sensibilità verso gli ultimi che sarebbe diventata il fulcro della sua intera esistenza.
L’unione con Ernesto De Santis e il miracolo di Meta
A soli 19 anni, Flora sposò il commendatore Ernesto De Santis, un uomo di ventisette anni più anziano di lei, un’unione di profonda intesa spirituale. Ernesto, funzionario di banca a Meta di Sorrento, condivideva con la giovane moglie un amore immenso per la Chiesa e per l’infanzia abbandonata; fu proprio nella quiete della loro casa in Penisola Sorrentina che avvenne l’imprevedibile.
Il 10 febbraio 1932, un Mercoledì delle Ceneri, Flora aveva appena finito di preparare il pranzo per i poveri che bussavano alla sua porta. Mentre pregava davanti a un’immagine del Volto di Gesù — un semplice ritaglio della rivista “Crociata Missionaria” disegnato da Rina Maluta — la stanza fu inondata da una luce accecante. In quel silenzio mistico, il Cristo si umanizzò e le affidò una missione precisa: “Flora, guarda questo volto tanto offeso ed ingiuriato; amalo e fallo amare”.
Napoli sotto le bombe e la nascita dei Ponti Rossi
Da quel momento, la vita dei coniugi De Santis cambiò rotta; la missione di Flora divenne quella di portare il Vangelo e il conforto del Volto Santo ovunque ci fosse dolore. Durante gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, mentre Napoli veniva devastata dai bombardamenti, Madre Flora non si tirò indietro: divenne un faro di solidarietà, distribuendo ai poveri tutto ciò che possedeva e ciò che riceveva dalla carità altrui.
Il suo sogno più grande prese forma sulla collina di Capodimonte, nel quartiere dei Ponti Rossi; grazie all’appoggio di monsignor Giuseppe de Nicola, Flora riuscì a porre le basi per la Casa del Volto Santo; quello che era nato come un piccolo luogo di preghiera domenicale si trasformò, nei decenni successivi (specialmente tra gli anni ’70 e ’80), in una vera cittadella della carità e in un Santuario che ancora oggi domina la città.
L’ultimo atto di amore: il testamento e il riposo eterno
Il legame indissolubile di Madre Flora con la sua missione non si spezzò nemmeno al tramonto della vita. Nel suo testamento, con la lucidità di chi ha servito gli ultimi fino alla fine, destinò l’intero patrimonio personale all’Arcivescovo di Napoli. Qualora vi fosse stata rinuncia, la sua volontà era che i beni passassero alle suore Piccole Ancelle di Cristo Re, le custodi di quegli orfanotrofi che lei stessa aveva sognato e fondato per dare un futuro ai figli della Napoli più ferita.
Un’eredità di amore e pietra
Madre Flora non cercava la gloria, ma l’incontro con il “fratello sofferente”.
La sua capacità di trasformare piccoli gesti in opere monumentali ha lasciato un segno indelebile. Oggi, quel volto ritagliato da una rivista missionaria è diventato il cuore di una Basilica che accoglie migliaia di fedeli, testimoniando che la fede di una “ragazzina del Buvero” è stata capace di costruire un rifugio eterno per gli incurabili dell’anima.
Fonti
- Fanpage.it (Storia di Madre Flora)
- Archivio Diocesano di Napoli,
- Documentazione ufficiale dell’Associazione Piccole Ancelle del Volto Santo.


