Esistono luoghi a Napoli dove il tempo sembra essersi stratificato tra l’odore della carta antica e quello del tufo umido: uno di questi è Port’Alba, un passaggio che oggi accoglie studenti e bibliofili, ma che un tempo era conosciuto con un nome assai più bucolico e, al contempo, fragile: il Largo d’ ‘e sciuscelle.
Il tempo delle sciuscelle e il “pertuso” nelle mura
Prima che il duca d’Alba, durante il viceregno spagnolo, decidesse di regolarizzare l’accesso nelle mura del vecchio torrione, quel passaggio era poco più di un buco praticato abusivamente dai residenti per accorciare il cammino: ’nu pertuso. Attorno, dominavano gli alberi di carrubo, le cui silique bruno-nere, le sciuscelle, erano il sostentamento dei cavalli e la gioia povera dei bambini.
L’etimologia ci riporta al latino iuscellum (brodo, guazzetto), ma nella lingua napoletana la “sciuscella” ha assunto una sfumatura più sottile: indica tutto ciò che manca di consistenza, di resistenza. Definire qualcuno ’na sciuscella significa sottolinearne la debolezza. E proprio in questo scenario di fragilità e alberi zuccherini, si consumò una tragedia che avrebbe mutato il volto di una donna e il destino di una strada.
La maledizione di Maria la rossa
Poco lontano da quel foro nelle mura viveva Maria, una giovane di vent’anni dai capelli color del fuoco, felicemente sposata con Michele; la leggenda vuole che la loro felicità si infranse proprio all’angolo del Largo d’ ‘e sciuscelle, presso una piccola fontana; un giorno, rincasando, Maria superò la fonte, ma Michele rimase come pietrificato al di qua del getto d’acqua e ogni tentativo di trascinarlo a sé fu vano.
L’uomo, interpretando quell’incapacità di varcare la soglia come un presagio infausto, fuggì via per sempre. Maria, colpita da un abbandono inspiegabile, scivolò lentamente in un baratro di disperazione e isolamento; smise di mangiare, perse i denti e la bellezza, coprendosi di stracci. La giovane sposa lasciò il posto alla fattucchiera: si chiuse nel suo dolore preparando elisir, pozioni e rimedi magici che la resero temuta da tutto il quartiere.
L’agonia sospesa e l’ombra senza pace
La fine di Maria fu crudele quanto il suo destino amoroso. Accusata di stregoneria, fu catturata e rinchiusa in una gabbia di ferro, lasciata morire di fame e di sete sotto l’arco di Port’Alba, esposta al pubblico ludibrio. Prima di esalare l’ultimo respiro, lanciò un anatema che ancora risuona tra le pietre: “La pagherete. Tutti. Voi, i vostri figli, i vostri nipoti, tutti. La pagherete”.
Da allora, si tramanda che l’ombra di Maria la rossa non abbia mai abbandonato via Port’Alba. Si dice che vaghi ancora oggi, come un riflesso scuro tra le vetrine delle librerie e i tavoli delle pizzerie, cercando senza sosta quel varco che il suo sposo non riuscì mai a superare. Una presenza che trasforma un passaggio di libri in un sentiero di memorie inquiete
Fonte
Pagina FB “Etimologia delle parole napoletane” curata da Gabriella Cundari.


