Buon centenario, Ammore mio!

Ci sono città in cui il calcio è uno sport, un passatempo della domenica, una discussione da bar. E poi c’è Napoli: all’ombra del Vesuvio, la maglia azzurra non è un semplice pezzo di stoffa, ma un pezzo di pelle; il Napoli non è una squadra, ma uno stato d’animo, un’anagrafe sentimentale, l’eco di un popolo che rivendica la propria identità. Per quanto mi riguarda, non è stata una scelta: il mio è un amore incondizionato che ha radici biologiche, iniziato quando mia madre era ancora in dolce attesa e io, da dentro, già respiravo quell’aria di trepidazione domenicale.

Questo legame viscerale si è fortificato in lunghi anni vissuti sui gradoni della Curva B, tre ore prima dell’inizio delle partite, con la pioggia e con il sole, con i miei inseparabili amici, nel cuore pulsante del tifo, tra i cori che facevano tremare il cemento e i fumogeni che coloravano il cielo. Poi è arrivata la parentesi giornalistica, un modo per dare voce e forma scritta a quella passione. Il culmine di quel percorso professionale ed emotivo mi ha visto nel maggio del 1990 al centro dello studio di Radio Dimensione Suono, davanti ai microfoni accesi, a commentare e raccontare in diretta, insieme a Paolo del Genio, la conquista del nostro secondo, leggendario Scudetto.

È stata una vita fatta di trasferte chilometriche, passata a seguire una fede ovunque giocasse. Una fede che ho dovuto difendere con le unghie e con i denti durante il mio lungo percorso lavorativo e di vita vissuto fuori Napoli: in ogni contesto, davanti a colleghi e scettici, ho sempre eretto un muro a difesa della squadra e della dignità della mia città contro ogni pregiudizio. Quante notti insonni ho passato, girandomi nel letto in attesa del grande match, con il cuore che batteva a mille già dodici ore prima del fischio d’inizio. E quanti ragù della domenica, sacri, cotti per ore , sono rimasti lì, nel piatto, non gustati e lasciati a metà, perché la sconfitta del Napoli mi toglieva il respiro, l’appetito e il buonumore.
Oggi, nell’estate del 2026, quel viaggio cominciato un secolo fa tocca il traguardo più glorioso. Un secolo di storie, di cadute rovinose e rinascite divine, di epopee leggendarie e poeti del pallone che meritano di essere raccontati passo dopo passo, presidente dopo presidente, campione dopo campione.

Le origini e l’intuizione di Giorgio Ascarelli

La storia del calcio a Napoli inizia ben prima del 1926, tra i marinai inglesi al porto e le prime pioniere come il Naples Foot-Ball Club e l’Internazionale. Ma la vera svolta, l’atto di nascita ufficiale, porta la data del 1° agosto 1926. È in quel giorno che l’industriale tessile Giorgio Ascarelli, un uomo illuminato e di grande cultura, decide che i tempi sono maturi per superare i vecchi sodalizi e fondare l’Associazione Calcio Napoli.

Ascarelli capisce che la città ha bisogno di una sola, grande bandiera. Fu lui a dare dignità alla squadra, finanziando anche la costruzione del primo vero stadio di proprietà a Poggioreale (che poi i tifosi gli intitolarono a furor di popolo). La sua morte prematura, nel 1930, privò il club del suo padre fondatore, ma il seme era piantato.
Quel Napoli degli albori era la squadra di Attila Sallustro, il “veltro”, il primo grande idolo dei tifosi, un campione così amato che per sua scelta non volle mai percepire uno stipendio, giocando per puro spirito di appartenenza.

Dal Comandante Lauro alla prima Coppa Italia

Passano gli anni, la guerra ferisce la città, e il calcio diventa il primo nucleo di aggregazione per ricominciare; negli anni Cinquanta la scena è tutta per il “Comandante” Achille Lauro: armatore visionario, sindaco della città e presidente del club, Lauro trasforma il Napoli in una potenza economica del mercato calcistico. È l’epoca dei colpi sensazionali, come l’acquisto di Hasse Jeppson (soprannominato “o Banco ‘e Napule” per la cifra astronomica sborsata) e del genio assoluto di Luís Vinício, “o Lione”, un centravanti che infiammò lo stadio del Vomero prima e il neonato Stadio San Paolo poi.

La bacheca, però, resta quasi vuota fino al 1962. Il Napoli, pur militando in Serie B, compie un’impresa leggendaria sollevando la sua prima Coppa Italia, battendo la Spal in finale grazie alle parate di Bugatti e ai gol di Corelli e Fraschini. È il primo trofeo ufficiale, il segno che qualcosa sta cambiando.

L’era Ferlaino: lo scettro ai piedi del Re

Se si parla di presidenti che hanno marchiato a fuoco la storia azzurra, il nome di Corrado Ferlaino brilla di una luce unica. Ingegnere e imprenditore, assume la guida nel 1969 e cavalca gli anni Settanta costruendo squadre bellissime ma sfortunate, guidate in panchina proprio da Luís Vinício che predica un calcio totale all’olandese, e trascinate in campo da capitani indimenticabili come Antonio Juliano, il core di Napoli, e il bomber Beppe Savoldi.

Ma il destino ha in serbo un appuntamento con la storia. Il 30 giugno 1984, Ferlaino compie il miracolo manageriale del secolo: strappa Diego Armando Maradona al Barcellona. Il 5 luglio di quell’anno, ottantamila persone accolgono il Messia al San Paolo.

Con Diego, il Napoli smette di essere una splendida provinciale e diventa il centro del mondo calcistico. Accanto a lui crescono campioni immensi: l’eleganza di Careca, la classe di Giordano (formando la mitica Ma-Gi-Ca), la diga di centrocampo con Alemao e Fernando De Napoli, la leadership di Ciro Ferrara. Arrivano gli anni d’oro:

  • Il primo storico Scudetto (10 maggio 1987): un’intera città che piange di gioia e dichiara la fine della subalternità calcistica verso il Nord.

  • La Coppa UEFA (1989): la cavalcata europea contro Bayern Monaco e Stoccarda.

  • Il secondo Scudetto (1990): la conferma di una superiorità schiacciante, vissuta da me in prima linea con la cuffia in testa e il cuore in gola dietro i microfoni radiofonici.

Il baratro e la rinascita: l’avvento di Aurelio De Laurentiis

Dopo il paradiso maradoniano, il risveglio è drammatico. Gli anni Novanta e i primi anni Duemila sono un calvario fatto di crisi finanziarie, retrocessioni e, infine, il fallimento del 2004. Il Napoli cancella la sua storia dal calcio professionistico, ma non dal cuore della sua gente: in Serie C, allo stadio, si registrano oltre cinquantamila spettatori, un fenomeno unico al mondo.

Dalle ceneri del fallimento, nell’estate del 2004, spunta Aurelio De Laurentiis. Il produttore cinematografico rileva il titolo sportivo fondando il Napoli Soccer. La sua è una gestione basata sul rigore economico e sulla programmazione. In pochissimi anni, il Napoli compie una scalata vertiginosa: dalla C alla Serie A, fino al ritorno stabile in Europa.

Sotto la presidenza De Laurentiis, la maglia azzurra viene indossata da campioni straordinari che riaccendono la passione: il “Pocho” Ezequiel Lavezzi, l’implacabile “Matador” Edinson Cavani, la classe internazionale di Gonzalo Higuaín (capace di siglare il record di 36 gol in un solo campionato) e, sopra a tutti, Marek Hamšík, lo slovacco diventato napoletano, capitano silenzioso che ha superato ogni record di presenze. In panchina si avvicendano maestri come Walter Mazzarri (che riporta il primo trofeo dell’era moderna, la Coppa Italia 2012) e Rafa Benítez, che internazionalizza il club. Poi arriva Maurizio Sarri, il filosofo che accarezza lo scudetto con il “Sarrismo”, un gioco meraviglioso che incanta l’Europa.

Il terzo sigillo, il poker del 2025 e il Centenario

Il cammino glorioso della gestione De Laurentiis ha trovato una delle sue vette più alte nella stagione 2022-2023.: guidati dalla sapienza tattica di Luciano Spalletti, gli azzurri dominarono quel campionato in lungo e in largo, regalando a Napoli il terzo Scudetto della sua storia. Fu il trionfo della programmazione: i gol del gigante nigeriano Victor Osimhen e le magie del talento georgiano Khvicha Kvaratskhelia fecero impazzire di gioia una città che aspettava quel momento da ben 33 anni. Un successo storico che dimostrò al mondo come si potesse vincere restando fedeli a un modello societario sano.

Ma la storia d’amore tra Napoli e la vittoria non si è fermata lì. Quando lo scetticismo sembrava voler fare di nuovo capolino, la fame della maglia azzurra ha zittito tutti ancora una volta: la stagione 2024-2025 è stata quella della consacrazione assoluta, l’anno in cui abbiamo cucito sul petto il fantastico quarto Scudetto della nostra storia. Un trionfo arrivato con le caratteristiche del suo condottiero, Antonio Conte, di carattere, di rabbia, di classe e di maturità, che ha confermato come Napoli non sia più una meteora passeggera, ma una capitale stabile e dominante del calcio italiano.

Oggi, nel 2026, festeggiamo i nostri primi 100 anni con quattro gemme cucite sul petto. Cento anni vissuti pericolosamente, intensamente, orgogliosamente. Abbiamo visto i campi di polvere della Serie C e le stelle della Champions League; abbiamo pianto per un fallimento e abbiamo cantato sui tetti d’Europa e d’Italia. Giorgio Ascarelli, se potesse guardarci oggi, vedrebbe che il suo sogno non solo è rimasto vivo, ma è diventato una delle realtà più gloriose, vincenti e rispettate del calcio italiano.

Buon compleanno, Napoli. Cento anni di te, cento anni di noi, e quel viaggio, iniziato prima ancora di nascere, continua più forte che mai.

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