A Napoli, il cartoccio non è solo un contenitore: è un’istituzione. Che sia grande (‘o cuoppo) o piccolo (‘o cuppetiello), questo imbuto di carta racchiude in sé l’essenza della città: il riciclo ingegnoso, il cibo dei poveri che diventa nobile e quel gusto irriverente per la presa in giro.
Dalle notizie vecchie alla “carta paglia”
L’etimo ci riporta al latino cupa (botte), trasformata poi nel maschile cuoppo.
Anticamente, era il simbolo del riciclo estremo: si usava la carta di giornale.; l notizie del giorno prima, ormai vecchie e inutili, finivano per avvolgere il calore del cibo.
Solo col tempo, per igiene e resistenza, si è passati alla “carta paglia”, quella carta giallognola ricavata dai fusti secchi dei cereali, capace di assorbire l’olio senza sfaldarsi subito. O quasi.
‘O cuoppo ‘allesse: quando il cibo si fa insulto
Il primo antenato del moderno street food napoletano è probabilmente ‘o cuoppo ‘allesse. Parliamo delle castagne bollite (le allesse, dal latino elixare, cuocere in acqua) con alloro e sale. Il vapore delle castagne calde, però, aveva un effetto collaterale: bagnava la carta rendendo il cuoppo molle, informe e decisamente brutto a vedersi. È da qui che nasce una delle offese più colorite verso il gentil sesso: dare della “cuoppo d’allesse” a una donna significa descriverla come sgraziata, priva di forme toniche, proprio come quel cartoccio inzuppato. Per estensione, oggi “cuoppo” definisce anche una persona brutta o inguardabile.
Panzarotti, Crocché e la dignità del “pagherò”
Dentro al cuoppo, però, c’è spazio per la gloria: i panzarotti (dal latino panticem, ventre) e i crocché. Su questi ultimi la storia si fa aristocratica: pare che il termine derivi dal francese croquet, un’invenzione di Antoine Parmentier, il nutrizionista di Luigi XVI a Versailles. Da corte alla strada il passo fu breve: i napoletani adottarono queste delizie trasformandole nel “cibo dei poveri” per eccellenza, quello che potevi mangiare subito e pagare “ogge a otto” (tra otto giorni), dando vita a un debito infinito alimentato dalla fame.
L’arte sottile dello sfottò: ‘e cuppetielle arreto
Ma il cuoppo a Napoli non serve solo a mangiare. Serve a “parià”, a divertirsi alle spalle di qualcuno. Se in italiano si dice “prendere in giro”, a Napoli si agisce con più finezza. Il napoletano vero non ti canzona in faccia: agisce areto (dal latino ad+retrum, dietro). Quando per strada passava un “suggetto” (termine che indica chi è “sottoposto” a subire), i burloni lo seguivano senza farsi notare. Il gioco preferito? Attaccare dei cuppetielle (piccoli cartocci vuoti) alle spalle del malcapitato, proprio come si faceva nel celebre numero di Ciccio Formaggio. Vedere qualcuno camminare impettito con un cuppetiello appeso dietro la schiena è la massima espressione del potere della risata napoletana: trasformare un’idiozia in una commedia vivente.
Riflessione finale
Oggi che tutto corre veloce e che lo street food è diventato gourmet, dovremmo fermarci a riflettere. Guardando come va il mondo, forse siamo noi, con le nostre stranezze e le nostre modernità senza radici, a essere diventati i “suggetti” della storia. E il mondo, guardandoci, non può fare a meno di prepararci un bel carico di cuppetielle da appenderci dietro le spalle.
Fonti
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Renato De Falco, Alfabeto Napoletano, per le curiosità sulle espressioni idiomatiche e la storia del costume.
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Antoine Augusten Parmentier, Le parfait boulanger (rif. storici sulla patata e Versailles).
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Fanpage.it (Sezione Food & Social), per i riferimenti alla tradizione dell’ “oggi a otto” nella cultura partenopea.
- Pagina Facebook “Etimologia delle parole napoletane”


