Il 12 marzo 1853, in una Napoli che cercava di capire il suo ormai prossimo “ingresso” nel nuovo Regno d’Italia, nasceva un uomo destinato a cambiare per sempre il codice genetico della risata. Eduardo Scarpetta non fu solo un attore: fu un architetto sociale che comprese prima di tutti che il pubblico stava cambiando.
La morte di Pulcinella e la nascita di Felice Sciosciammocca
Fino alla metà dell’Ottocento, il teatro napoletano era dominato da Pulcinella. Ma la maschera settecentesca, col suo naso adunco e i suoi lazzi arcaici, non parlava più alla nuova borghesia. Scarpetta, con un’intuizione quasi spietata, mise in soffitta il “camicione” bianco e creò Felice Sciosciammocca. Felice era l’italiano nuovo: non più un servo magico, ma un piccolo borghese tormentato dalla fame, stretto in abiti troppo corti (i famosi pantaloni “a zompafosso”) e alle prese con problemi quotidiani. Con lui, il dialetto si ripulì, diventando una lingua teatrale nobile, capace di far ridere non solo i plebei, ma anche i signori nei palchi.
L’impero della risata: il San Carlino e la Santarella
Scarpetta divenne un vero e proprio “Re Sole” del teatro. Rilevò il leggendario Teatro San Carlino, che divenne il tempio della sua riforma. La sua ricchezza divenne leggendaria, simbolo di un riscatto sociale ottenuto col sudore e l’ingegno. Sulla collina del Vomero fece erigere Villa La Santarella, un castello dedicato al successo della sua omonima commedia. Quel motto inciso sulla facciata, “Qui rido io”, non era solo un vanto, ma una dichiarazione d’indipendenza: il teatro lo aveva reso padrone del proprio destino.
L’ombra e la luce: La dinastia negata
Ma la ricchezza di Scarpetta non era solo economica, era biologica. La sua vita privata fu un groviglio di passioni e segreti. Dalla relazione con Luisa De Filippo nacquero tre giganti: Eduardo, Peppino e Titina. Non diede loro il suo cognome, ma diede loro qualcosa di più potente: l’educazione al rigore, alla disciplina scenica e alla scrittura. Senza l’ombra ingombrante e geniale di papà Eduardo, non avremmo mai avuto il teatro dei De Filippo.
La sfida a D’Annunzio
Scarpetta fu anche il protagonista del primo grande caso giudiziario sul diritto d’autore in Italia. Quando parodiò La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio trasformandola ne Il figlio di Iorio, il “Vate” lo trascinò in tribunale. Scarpetta vinse la causa, difeso da giuristi illustri e sostenuto da Benedetto Croce, dimostrando che la parodia è un’arte libera e che il “comico” ha la stessa dignità del “tragico”.
Eduardo Scarpetta si spense a Napoli il 29 novembre 1925.


