La Lanterna del Molo: il faro di Napoli che il fascismo cancellò in una mattina

Il 13 luglio 1930, poco prima di mezzogiorno, Napoli perse uno dei suoi simboli più antichi e riconoscibili: la Lanterna del Molo. Non fu distrutta da una tempesta, né abbattuta da una guerra: a decretarne la fine fu una decisione amministrativa del regime fascista, nell’ambito dei lavori di ampliamento del porto e del Molo Beverello.

Per oltre tre secoli quel faro aveva dominato il golfo, guidando navi mercantili, velieri militari e piroscafi carichi di emigranti; alto circa 55 metri, era considerato uno dei fari più imponenti del Mediterraneo dell’epoca, ma la sua storia era ancora più antica della struttura seicentesca che tutti ricordavano.

Le fondamenta della Lanterna poggiavano infatti su una torre angioina edificata nel 1302, durante il regno di Carlo II d’Angiò; in origine aveva funzione difensiva: controllava l’accesso al porto e proteggeva la città dagli assalti provenienti dal mare, ma con il passare dei secoli, quella torre medievale venne inglobata nella nuova costruzione destinata a faro marittimo, divenendo parte integrante del paesaggio napoletano.

La Lanterna attraversò dominazioni spagnole, rivolte popolari, epidemie, restaurazioni borboniche e persino le turbolenze dell’età napoleonica. Resistette a mareggiate violentissime e ai continui cambiamenti urbanistici del porto. Per generazioni di marinai rappresentò il segnale sicuro dell’approdo a Napoli.

Ma il suo valore non era soltanto nautico. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, milioni di emigranti passarono dal porto di Napoli diretti verso New York, Buenos Aires, Montevideo e altre destinazioni oltreoceano. Molti salivano a bordo proprio nelle vicinanze del Beverello. Quando le navi lasciavano lentamente il golfo, la Lanterna rimaneva visibile ancora a lungo sull’orizzonte. Era l’ultimo frammento della propria terra che quegli uomini e quelle donne conservavano negli occhi prima della traversata atlantica.

Per questo motivo il faro entrò anche nell’immaginario emotivo dell’emigrazione meridionale. Non era soltanto una costruzione portuale: era un simbolo di partenza, di nostalgia e di ritorno sperato.

Negli anni Trenta, però, il progetto di modernizzazione del porto prevalse su ogni considerazione storica. Il regime fascista avviò grandi opere infrastrutturali per trasformare Napoli in uno scalo più efficiente e moderno. La Lanterna del Molo venne giudicata un ostacolo all’ampliamento delle banchine e alle nuove esigenze della navigazione commerciale.

Così, il 13 luglio 1930, operai e demolitori iniziarono l’abbattimento. La struttura venne distrutta rapidamente, senza particolari proteste pubbliche, in un periodo in cui le decisioni del regime difficilmente potevano essere contestate apertamente. Non risultano operazioni di recupero sistematico dei materiali né iniziative per conservarne parti monumentali. Dove per secoli si era alzato il faro, comparvero nuove strutture portuali in cemento armato.

La Lanterna era talmente conosciuta che entrò a far parte di un modo di dire.

Oggi della Lanterna del Molo restano soltanto fotografie d’epoca, dipinti, incisioni e documenti storici. Eppure, nelle memorie familiari di molti discendenti degli emigranti napoletani, quel faro continua a vivere come l’ultima immagine di Napoli svanita lentamente dietro il mare.

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