C’è un volto nel cinema italiano che non ha bisogno di presentazioni, anche se il nome scritto all’anagrafe di Napoli il 2 febbraio 1889 potrebbe trarre in inganno. Quel volto è segnato da mille rughe, occhi furbi e una magrezza che sembra raccontare secoli di carestia: è il volto di Carlo Pisacane, l’uomo che il mondo avrebbe imparato a conoscere, amare e chiamare semplicemente Capannelle.
Dalle filodrammatiche a Rossellini
La sua avventura inizia nella sua città; Pisacane non è un improvvisato: si forma nella dura e prestigiosa gavetta delle filodrammatiche napoletane, esordendo nel cinema muto addirittura accanto a una giovanissima Tina Pica, sotto la direzione della pioniera Elvira Notari.
Per decenni attraversa il cinema con umiltà, prestando la sua maschera a piccoli ruoli; lo troviamo persino tra le macerie di un’Italia ferita in Paisà (1946) di Roberto Rossellini, ma il destino sta aspettando il momento giusto per trasformare quel caratterista in un’icona assoluta.
1958: la nascita di un mito
La svolta arriva tardi, a quasi settant’anni. Mario Monicelli sta cercando qualcuno che incarni la fame “filosofica” per la sua banda di sgangherati criminali ne I soliti ignoti.
Gli affida il ruolo di un vecchietto bolognese (doppiato per l’occasione dal friulano Nico Pepe per accentuare l’effetto comico) che vive per un solo obiettivo: mangiare.
Nasce così Capannelle.
La sua battuta “Scientifico!” e la scena della pasta e ceci consumata tra i resti di un colpo fallito entrano prepotentemente nella storia del costume italiano. Da quel momento, Carlo Pisacane smette quasi di esistere: per i produttori, per i colleghi e per il pubblico, lui è e sarà sempre Capannelle, tanto da firmare con questo pseudonimo i contratti di molte pellicole successive.
Un gigante tra i giganti
La sua maschera diventa indispensabile per i grandi registi. Nel 1960 è l’anziano e pigro padre di Alberto Sordi ne Il vigile, una macchietta irresistibile che ruba la scena ogni volta che appare. Recita accanto a Totò e Aldo Fabrizi, ma è ancora Monicelli a regalargli un altro ruolo immortale nel 1966: l’ebreo convertito Abacuc ne L’armata Brancaleone, dove la sua figura gracile e la sua voce diventano pura poesia visiva.
Persino Pier Paolo Pasolini non resiste al suo fascino arcaico e lo vuole nel ruolo di Brabanzio nell’episodio Che cosa sono le nuvole?, dove Pisacane si muove accanto a giganti come Totò e Domenico Modugno in una favola malinconica sui burattini.
L’ultimo atto
Carlo Pisacane chiude la sua lunghissima carriera nel 1972 con un’apparizione in Fratello Sole, sorella Luna di Franco Zeffirelli, prima di spegnersi a Roma nel 1974.
Di lui resta l’immagine di un attore che non ha mai avuto bisogno di un ruolo da protagonista per essere indimenticabile: gli bastava un’espressione, una battuta sulla fame o un passo incerto per raccontare l’umanità intera.
Fonti
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Dizionario del cinema italiano. Gli attori (Vol. 2), Gremese Editore.
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Archivio Storico del Cinema Italiano – Scheda su Carlo Pisacane (Capannelle).
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Interviste e memorie di Mario Monicelli sulla creazione della banda de “I soliti ignoti”.
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Enciclopedia Treccani (Enciclopedia del Cinema).


