Marcello Canino: l’architetto che ridisegnò il volto di Napoli

A Napoli, la storia non si legge soltanto nei libri, ma la si incontra camminando: si sfiora con le dita passando per le piazze, si osserva nei profili solenni dei palazzi, si respira nei dettagli nascosti di un portone o di una facciata. In questo scenario, fatto di pietra, luce e stratificazioni, un nome ricorre spesso, seppure con la discrezione di chi ha preferito parlare con l’opera piuttosto che con la voce: Marcello Canino, nato nel capoluogo partenopeo il 3 luglio 1895 e scomparso, sempre a Napoli, il 2 ottobre 1970.

Canino fu architetto, ingegnere, urbanista, ma soprattutto un protagonista silenzioso dell’evoluzione architettonica della città nel Novecento. La sua formazione si sviluppò all’insegna del rigore e della misura, ispirata agli insegnamenti di Gustavo Giovannoni e agli ambienti culturali romani che, negli anni Venti e Trenta, riflettevano sul significato della modernità in architettura. Fin da subito, il suo stile si distinse per la capacità di fondere la monumentalità con la semplicità geometrica, secondo i canoni del razionalismo, ma sempre con uno sguardo rivolto alla tradizione classica.

I primi segni tangibili della sua attività si vedono già nei primi anni Trenta. Canino fu chiamato a partecipare alla trasformazione di Napoli in chiave moderna, dando forma a edifici e quartieri che ancora oggi raccontano il Novecento cittadino. Il Palazzo dell’INA in piazza Carità, per esempio, è una delle sue opere più riconoscibili: massiccio, ordinato, imponente, esprimeva perfettamente la volontà dell’epoca di legare funzionalità ed estetica. Allo stesso modo, il Palazzo della Banca d’Italia, costruito tra il 1938 e il 1952 in collaborazione con Arnaldo Foschini, aggiungeva una nota austera ma elegante al centro direzionale della città.

Nel progetto della Mostra d’Oltremare, inaugurata nel 1940, Canino ebbe un ruolo chiave non solo nella pianificazione urbanistica dell’intero complesso, ma anche nella realizzazione del Palazzo degli Uffici, dove si misurò con le esigenze scenografiche e simboliche dell’architettura di regime. In questi lavori, Canino rivelava una doppia anima: da un lato, la consapevolezza della storia e dell’eredità monumentale napoletana; dall’altro, la volontà di affermare un linguaggio contemporaneo, razionale e pulito.

Il suo interesse per l’architettura residenziale si manifestò anche nella costruzione di Villa La Loggetta, una raffinata dimora privata nel quartiere collinare del Vomero, dove il richiamo all’architettura romana dialogava con le esigenze di comfort borghese. Canino dimostrò di sapere declinare il suo stile in modi diversi, a seconda del contesto e della funzione, senza mai perdere coerenza espressiva.

Ma fu nel secondo dopoguerra che l’architetto affrontò una delle sfide più complesse della sua carriera: contribuire alla ricostruzione e all’espansione di Napoli. Partecipò a numerosi progetti di edilizia popolare, fra cui il Rione Gemito, il complesso Soccavo-Canzanella e soprattutto il Rione Traiano. Quest’ultimo, avviato nel 1957 e completato dopo la sua morte, rappresentava uno dei più significativi esempi di quartiere CEP (Casa Economica Popolare) in Italia, realizzato con l’obiettivo di fornire alloggi dignitosi e moderni a migliaia di napoletani. Pur nella semplicità dei materiali e nella razionalità della distribuzione degli spazi, l’impronta di Canino rimaneva visibile: rigore nelle forme, attenzione alla luce, dialogo con l’ambiente urbano.

Oltre che architetto e progettista, Canino fu anche maestro. Dal 1936 al 1965 insegnò composizione architettonica alla Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli, di cui fu preside per oltre un decennio. Le sue lezioni erano celebri per l’equilibrio tra teoria e pratica, e molti dei suoi allievi avrebbero poi proseguito il suo percorso, contribuendo a definire il volto contemporaneo della città.

Marcello Canino morì nel 1970, lasciando un’eredità solida e discreta, proprio come lui. Le sue opere non gridano, ma parlano. Sono parte della quotidianità dei napoletani, si attraversano senza pensarci, si abitano, si usano. Ma chi ha l’occhio allenato, sa riconoscere quella firma sobria ed elegante che ha plasmato con pazienza e visione la Napoli moderna.

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