Me parono ’e ccape d”a Vicaria

Ad litteram: «Mi sembrano le teste della Vicaria.»

L’espressione si usa per dire che una persona è talmente dimagrita, scavata e affilata in viso da ricordare, per magrezza e pallore, le teste dei giustiziati esposte un tempo alla Vicaria.

La Gran Corte della Vicaria, supremo tribunale del Regno di Napoli, aveva sede dapprima nel Castel Capuano. Di fronte ai suoi portoni, per secoli — e in particolare nel Seicento — venivano esposte le teste dei condannati a morte. Mozzate dopo l’esecuzione, venivano infilzate su lunghe picche e lasciate all’aria aperta per giorni, talvolta settimane, affinché il popolo ne traesse monito e timore.
Il sole, il vento e il tempo ne seccavano i lineamenti, riducendo i volti a maschere raggrinzite e ossute: immagini che colpivano profondamente l’immaginario collettivo.
Per questo, quando un napoletano dice «Me parono ’e ccape d’’a Vicaria», evoca un paragone forte, visivamente incisivo: un viso talmente smunto da sembrare quello di una testa giustiziata, rinsecchita e senza più carne.
L’espressione conserva oggi tutto il suo potere evocativo, mescolando ironia e crudezza, memoria popolare e storia cittadina — quel caratteristico modo napoletano di trasformare anche la tragedia in linguaggio vivo e pittoresco.

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