Pietro Colletta: il generale-storico tra guerra, prigionia e memoria

Pietro Colletta venne alla luce a Napoli il 23 gennaio 1775, in un’epoca di grande turbolenza politica e culturale; figlio di un avvocato napoletano, scelse presto una vita d’armi: nel 1796 entrò nell’artiglieria del Regno di Napoli, iniziando un percorso che lo avrebbe portato a diventare generale e figura chiave della Storia del suo tempo.

Nel 1799, Colletta aderì alla Repubblica Partenopea, ma al ritorno dei Borbone fu imprigionato e rischiò la pena di morte, salvandosi grazie a tangenti ben piazzate; quando i Borbone caddero di nuovo e fu proclamato re Giuseppe Bonaparte, Colletta tornò nell’esercito e divenne un generale stimato, usando la sua abilità anche come ingegnere di strade e ponti.

Durante il regno di Gioacchino Murat, combatté contro gli Austriaci e partecipò a importanti battaglie, come quella del Panaro; dopo la restaurazione borbonica, mantenne il grado e divenne comandante della divisione di Salerno.
Quando nel 1820 scoppiò la rivoluzione costituzionalista, fu chiamato a far parte del governo, ma al fallimento dell’esperimento fu arrestato e, con il favore degli austriaci, esiliato in Moravia.

Stabilitosi a Firenze dal 1823, Colletta dedicò gli ultimi anni alla scrittura storica: la sua opera più celebre è la “Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825”, pubblicata postuma, un’opera che resta punto di riferimento per la comprensione della storia napoletana e delle sue turbolenze politiche.

Morì a Firenze l’11 novembre 1831, ma la sua eredità sopravvive: Colletta non fu solo uomo d’armi, ma uno storico profondo, capace di raccontare il Regno di Napoli con rigore e passione. Il suo sguardo, da patriota moderato, cercava un’Italia moderna ma ordinata, lontana dalle rivolte violente, salda nei valori del progresso graduale.


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