Chi non ha mai sentito dire, a Napoli, “Tieni l’arteteca?” riferito a qualcuno che non riesce a stare fermo un momento, sempre agitato, sempre in movimento? Eppure dietro questa espressione colorita si nasconde una storia affascinante, che attraversa la medicina antica, la leggenda cristiana e persino una misteriosa epidemia di danza medievale.
Dal greco alle articolazioni: l’origine della parola
Il termine arteteca affonda le radici nella lingua greca: ἄρθρον (árthron) significa “articolazione”, e in latino divenne arthritica, indicando una malattia dolorosa e diffusissima già nell’antichità; l’artrite colpisce le articolazioni provocando dolori intensi e, nei casi più gravi, febbre e movimenti involontari, scattosi e ripetuti del corpo, quei sintomi che nel Medioevo venivano chiamati con un nome suggestivo: il ballo di San Vito.
Oggi, però, a Napoli chi dice “tengo l’arteteca” non parla di dolori fisici. L’espressione si è evoluta nel tempo e indica uno stato di agitazione, ansia e irrequietezza — quel movimento continuo e incontrollabile tipico dei bambini vivacissimi che non riescono a star fermi un secondo.
San Vito: il santo dei danzatori e dei malati
Ma chi era San Vito, e perché il suo nome è legato a questa malattia? Nato a Mazara nel III secolo d.C., durante il regno di Diocleziano, Vito è uno dei quattordici Santi Ausiliatori, ovvero quei martiri cristiani invocati dal popolo per guarire da malattie gravi.
La sua leggenda narra che, durante le persecuzioni contro i cristiani, Vito era sul punto di abiurare la fede per salvarsi quando l’imperatore Diocleziano lo richiamò a Roma: il figlio dell’imperatore era tormentato da spasmi e dolori, una forma di epilessia che all’epoca veniva considerata la “malattia degli indemoniati”. Il giovane Vito lo guarì.
Ma la gratitudine di Diocleziano durò poco. Quando il ragazzo, che aveva forse diciassette anni, si rifiutò di giurare fedeltà agli dei romani, l’imperatore lo fece torturare con crudeltà crescente: immerso in un calderone di pece bollente, gettato tra i leoni, infine legato a un eculeus (dal latino equus, cavallo), un cavalletto di legno su cui i condannati venivano tirati per le mani e per i piedi fino a romperne le ossa. Secondo la leggenda, mentre il suo corpo veniva lacerato, degli angeli discesero a liberarlo e lo trasportarono presso il fiume Sele, dove Vito morì.
La medicina dietro il mito: la corea di Sydenham
Quello che nel Medioevo veniva chiamato ballo di San Vito ha oggi un nome scientifico preciso: corea di Sydenham; si tratta di un disturbo del movimento caratterizzato da ipercinesie (movimenti involontari e irregolari) con una componente psichico-reumatica, causata da un’infezione da streptococco.
Strasburgo, 1518: quando un’intera città si mise a ballare
La storia del ballo di San Vito ha anche un capitolo straordinario e inquietante: nel luglio del 1518, a Strasburgo, una donna cominciò a ballare in modo compulsivo e senza interruzione. In pochi giorni, una cinquantina di persone si unirono a lei; in quattro settimane, i danzatori erano diventati quattrocento, tutti travolti da un bisogno irresistibile di ballare senza sosta, fino a cadere a terra svenuti, con caviglie e gambe spezzate, alcuni fino alla morte.
Il Consiglio cittadino tentò di gestire la situazione affidandola ai magistrati, ma persino le guardie incaricate di vigilare finirono per unirsi alla danza frenetica. Solo una processione religiosa al santuario di San Vito di Hohlenstein riuscì, alla fine, a interrompere quella danza collettiva e misteriosa.
Da una semplice espressione napoletana, dunque, si apre un mondo: medicina antica, martirio cristiano, epidemie medievali. È questo il bello del dialetto — ogni parola è una finestra su secoli di storia.
Fonte
Dalla pagina Facebook “Etimologia delle parole napoletane” di Gabriella Cundari


